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Private equity Italia, 2012 negativo

Di
Reuters
Pubblicato il
18 mar 2013
Tempo di lettura
2 minuti
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L'industria italiana del private equity ha archiviato il 2012 con risultati in calo, sebbene non manchino timidi segnali incoraggianti. I dati sono stati presentati nel corso del convegno annuale dell'Associazione Italiana del Private Equity e Venture Capital (Aifi). L'analisi è stata condotta in collaborazione con PwC-Transaction Services.

Aifi, Associazione Italiana del Private Equity e Venture Capital


La raccolta è in crescita, ma il fund raising resta difficile
Gli investimenti hanno registrato una contrazione del 9,8% in termini di controvalore, attestandosi a 3,230 miliardi di euro. In crescita del 7,1% il numero di operazioni, pari a 349."Sono numeri molto piccoli", ha commentato Anna Gervasoni, direttore generale di Aifi, "lontani da quelli del 2007-2008".

Buono il dato sulla raccolta di nuovi fondi: +29%, a 1,355 miliardi di euro. Al netto di quanto sottoscritto dalla casa madre, però, i capitali raccolti sul mercato ammontano a 947 milioni. E, ha sottolineato Gervasoni, "un solo operatore ha raccolto 500 milioni, ovvero più della metà dei capitali totali". In altri termini, il fund raising continua a essere problematico.

Guardando alla distribuzione per tipologia degli investimenti, arriva la nota più positiva, ovvero il balzo delle operazioni di early stage (seed e start up): +64,9% in termini di ammontare (135 milioni) e +28,3% in numero (136).

Un'ulteriore esplosione dei deal di early stage, quindi del venture capital, arriverebbe con l'attuazione delle norme previste dal decreto cresci-Italia. Ma, nel corso del convegno, è stato sottolineato più volte che mancano i decreti attuativi.

Tornando ai dati 2012, le operazioni di sviluppo hanno visto salire del 37,3% l'ammontare (926 milioni), mentre il numero è sceso del 5,8% (131). Il turnaround resta una chimera in Italia (7 deal, per 11 milioni). Pesante calo delle operazioni di replacement (-84% in termini di valore, a 89 milioni, e -16,7% in numero, a 10).

I buyout, che restano di gran lunga la tipologia principale di deal, hanno registrato un calo dell'8,5% in valore (2,069 miliardi) e un aumento del 3,2% in numero (65). Guardando alla collocazione geografica degli investimenti, balzo dell'area Sud e Isole (+21,3% in termini di ammontare e +100% in numero).

Pochi operatori attivi

Da notare che cala il numero di operatori (163 quelli monitorati da Aifi, di cui 114 italiani) e che, soprattutto, sono pochi quelli attivi: nel 2012, infatti, solo 82 operatori hanno realizzato almeno un investimento.

In calo l'ammontare medio investito (9,3 milioni, da 11 milioni del 2011), cresce il peso dell'equity rispetto alla leva (effetto della difficoltà di reperire credito) e sale il periodo di permanenza in portafoglio delle partecipate (cinque anni e sei mesi), sintomo che la way-out - come testimonia la carenza di Ipo - è problematica.

Il portafoglio complessivo di tutti gli operatori di private equity, infine, è pari a 20 miliardi di euro, valutato al valore di costo di acquisto delle partecipazioni, ed è costituito da circa 1.100 società.

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