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Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
17 mag 2018
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Nike, H&M, Gap e Burberry aderiscono all’iniziativa "Make Fashion Circular"

Di
Reuters API
Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
17 mag 2018

Nike, H&M, Burberry e Gap hanno siglato un accordo per migliorare le performance del settore della moda nel campo della responsabilità ambientale, a seguito di uno studio che ha mostrato come meno dell’1% dei vestiti venga riciclato.

Il film della Fondazione


La Fondazione Ellen MacArthur, fondata dalla campionessa di vela, ha annunciato mercoledì scorso che i quattro marchi aderiranno al programma “Make Fashion Circular”, che s’interessa alla riduzione della produzione di residui della lavorazione nella moda attraverso il riciclaggio dei prodotti e delle materie prime.

I marchi partecipanti passeranno tre anni a elaborare soluzioni pratiche per liberare l'industria da materiali inquinanti e processi contaminanti, in partnership con la banca HSBC.

"Nessuna azienda da sola può affrontare la sfida di far passare il settore della moda da un modello di business lineare a un modello di business circolare. Ecco perché un'iniziativa comune come questa è fondamentale", ha commentato il portavoce di H&M, Iñigo Sáenz Maestre, in una e-mail, il quale ne ha approfittato anche per ricordare che H&M si è prefissato l'obiettivo di utilizzare solo materiali riciclati o provenienti da fonti responsabili entro il 2030 e che il 35% dei prodotti del marchio sono già realizzati secondo questi criteri.

Il direttore di “Make Fashion Circular”, François Souchet, ha spiegato che l’obiettivo era di creare “un movimento globale” verso un’economia nella quale i vestiti non diventeranno mai rifiuti. “La produzione di vestiti è raddoppiata negli ultimi 15 anni, mentre il numero di volte in cui noi indossiamo questi vestiti prima di gettarli (e che finiscono sepolti o inceneriti) è enormemente calato”, ha ricordato François Souchet alla Fondazione Thomson Reuters.

“Questo modello sempre più rapido può essere trasformato in un modello nel quale i vestiti non diventano mai dei rifiuti, migliorando il design e lavorando su modelli di business di noleggio e rivendita”, suggerisce in una e-mail.

La stilista britannica Stella McCartney è stata la prima ad entrare a far parte del programma l’anno scorso e a firmare la carta, allo scopo di ridurre la produzione di rifiuti e di sostanze inquinanti e di assicurarsi che i prodotti e i materiali siano riutilizzati. Stella McCartney, sostenitrice di lunga data di una moda più responsabile, ne aveva approfittato per sottolineare che il suo settore è “incredibilmente inquinante e pericoloso per l’ambiente”, invitando gli altri marchi a raggiungerla.

Un rapporto pubblicato in novembre dalla Fondazione ha permesso di rendersi conto della quantità di rifiuti prodotti dall’industria e dell’ampiezza dell’inquinamento generato, con meno dell’1% dei vestiti che viene riciclato. 500.000 tonnellate di microfibre plastiche sono generate dal lavaggio dei tessuti ogni anno, vale a dire l’equivalente di oltre 50 miliardi di bottiglie di plastica che inquinano gli oceani, secondo l’indagine.

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