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Pubblicato il
21 mar 2012
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Jacques Carles: "La Francia è la figlia maggiore del lusso"

Pubblicato il
21 mar 2012

Presidente del Centro del Lusso e della Creazione, che ha nominato i suoi “Talenti” lunedì 19 marzo dopo un Summit del Lusso e della Creazione organizzato in quello stesso giorno, Jacques Carles spiega a FashionMag.com l’interesse della manifestazione e il fatto che essa non sia mai stata tanto in simbiosi con lo spirito del tempo come adesso.

FashionMag.com: E' soddisfatto del Summit del Lusso e della Creazione che il Centro ha organizzato lunedì scorso?
Jacques Carles: C'è stata una bella abbondanza di dibattiti e testimonianze. Lo scopo è di proporre dei temi che possano avere un reale impatto, e uno di essi si sta realmente imponendo sul campo. Quello dell'assoluta necessità di costruire una filiera del lusso, che integri la creazione, l'innovazione, la formazione, una gestione ragionevole delle delocalizzazioni e il mantenimento stesso della catena.


Jacques Carles

FM: Lei è contro le delocalizzazioni o più semplicemente ne è preoccupato?
JC: Naturalmente il mondo odierno è aperto. E il mercato del lusso è anch'esso mondiale. Senza dubbio un giorno ci saranno delle vere grandi griffe cinesi. Tuttavia, bisogna preservare una certa scala di valori, la quale, al di là di tutti i discorsi, è più che mai minacciata. Checché se ne dica, si può notare molto bene quanto la delocalizzazione si sia accentuata negli ultimi cinque anni, ma nell'ombra. Nelle nostre aziende, non è il marchio che delocalizza direttamente, è il suo subfornitore. E quindi questo fenomeno si percepisce meno. Tanto più che le regole del 'Made in' sono aggirabili. Ciò è particolarmente evidente in Italia.

FM: Ma questa evoluzione non sembra avere delle conseguenze in termini di vendite. Anzi, accade il contrario a credere alle cifre delle aziende del lusso?
JC: Su questo argomento non bisogna ragionare a breve termine, ma per esempio, su un periodo di dieci anni. Ora, su questa durata temporale, la delocalizzazione non ha senso. I costi del lavoro per la manodopera, per esempio, aumentano rapidamente in Cina. Inoltre spesso le imprese non includono i costi connessi con la delocalizzazione, per esempio quelli sostenuti in termini di immagine, di management, di filiera. Stiamo lavorando proprio su strumenti specifici, come ad esempio delle tabelle che riassumono i costi-benefici della delocalizzazione, per misurare il loro costo reale nel settore del lusso, con il sostegno della DGCIS. Terremo sicuramente un seminario sull'argomento al Ministero dell’Industria in settembre. Lavoriamo anche su altre quantificazioni, come il peso effettivo nei posti di lavoro della filiera del lusso. Ci sono dieci mestieri differenti in essa. Non si sa veramente quanto ciò rappresenti in termini di posti di lavoro, anche se al Summit del Lusso è stato citato il numero di 100.000. La Francia è la figlia maggiore del lusso. Non può permettersi di non identificare questi mestieri. E' inimmaginabile di non possedere degli indicatori solidi e validi come in altri settori industriali.

FM: Ma il fatto di delocalizzare per le griffe di lusso ha veramente un impatto sulle vendite?
JC: Posso far riferimento al sondaggio presentato da Auféminin.com al Summit del Lusso. Più di un terzo degli intervistati ha dichiarato che non comprerebbe un prodotto di lusso francese realizzato in delocalizzazione. Certo, le cose stanno evolvendo con lentezza. Successe lo stesso nelle questioni legate allo sviluppo sostenibile. Eppure, oggi in questo settore le cose si sono mosse. E poi non c'è che una conseguenza diretta sulle vendite. La padronanza delle competenze, è anche la capacità di creare, di innovare. Per noi, un'azienda di lusso che perde la sua creatività non potrà continuare. Fortunatamente, anche se in questi ultimi anni il marketing ha preso il sopravvento sulla creazione, abbiamo la sensazione che tutto ciò stia cambiando…

Jean-Paul Leroy (Versione italiana di Gianluca Bolelli)

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