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10 ott 2017
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Istituto Marangoni e Deloitte analizzano il ruolo della formazione nel fashion system

Pubblicato il
10 ott 2017

Si è svolto il 10 ottobre a Milano al 31esimo piano del Grattacielo Pirelli il primo “Fashion Education Market Monitor Summit”, organizzato da Istituto Marangoni e da Deloitte con l’obiettivo di analizzare l’evoluzione dei modelli organizzativi nel settore moda e il ruolo che la formazione deve svolgere per rispondere alle esigenze professionali del fashion system.

Il “First Fashion Education Market Monitor Summit” di Istituto Marangoni e Deloitte


Il summit è stato introdotto da Roberto Riccio, Group Managing Director di Istituto Marangoni, che ha evidenziato come l’evento fosse il primo di questo genere promosso da una fashion school e che l’obiettivo è che diventi un appuntamento annuale. L’analisi è partita da una ricerca commissionata da Istituto Marangoni a Deloitte nel 2016, presentata nella versione aggiornata con i dati 2017, ampliando i mercati per includere anche quelli emergenti e con un focus approfondito sull’Italia.

La ricerca, presentata da Tommaso Nastasi, Partner Business Adv di Deloitte Financial Advisory, ha evidenziato come a livello globale il mercato della fashion education valga 760 milioni di euro e si sviluppi principalmente in Europa e Nord America: delle 78 fashion school presenti a livello internazionale, il 50% sono infatti in Europa, il 30% in Nord America e il 20% nell’area Asia Pacifico. Sul fronte europeo, la prima nazione per numero di istituti è l’Inghilterra con 15 scuole, seguita da Italia (12) e Francia (10). Si tratta di un mercato frammentato, in cui le prime 5 scuole pesano per il 35%, ma che tende verso una maggiore concentrazione.

Roberto Riccio, Group Managing Director di Istituto Marangoni


La formazione in ambito fashion è un comparto in crescita: dal 2012 ad oggi il tasso medio di incremento è del 6% (7,7% nel 2016); l’area che sta crescendo di più è l’Asia, con una crescita media dell’11%. L’Italia pesa per 75 milioni di euro sul fatturato globale e ha una crescita del 9%, seconda solo a quella della Cina; nel ranking di fatturato delle prime 10 scuole, due sono italiane, al terzo e al decimo posto. Le scuole italiane hanno inoltre un alto livello di internazionalizzazione, con una presenza di studenti stranieri pari al 60%, rispetto al 50% della Francia, al 37% dell’Inghilterra e al 21% del Nord America.

La ricerca ha poi analizzato un campione internazionale di 3.000 professionisti del settore moda, provenienti da fashion school, per valutare i risultati in termini di placement nel mondo del lavoro. Dall’analisi è emerso che i professionisti provenienti da scuole italiane, francesi o inglesi hanno avuto sbocchi nella fascia alta del settore, mentre gli ex studenti di istituti cinesi lavorano prevalentemente nel fast fashion. Altro dato interessante: le scuole italiane hanno un ruolo di leadership, in termini di placement, nell’ambito dello stile, mentre competono con gli istituti inglesi e americani per quanto riguarda il design.

Lo studio ha infine intervistato gli imprenditori per capire quali competenze e figure professionali siano oggi tra le più richieste. Il 95% degli intervistati ha affermato che mancano figure legate al prodotto, fondamentali per il successo di un brand, che abbiano però anche una visione di business; è peraltro vero anche il contrario: per il 65% degli intervistati, infatti, anche le figure professionali più legate alla gestione dell’azienda dovrebbero avere maggiori competenze sullo stile e sul prodotto. Tra gli altri skill maggiormente richiesti, capacità analitiche avanzate per interpretare la grande mole di dati e informazioni oggi disponibili sui consumatori, competenze di multicanalità e skill digitali.

Alla domanda “consigliereste ai giovani che vogliono lavorare nella moda di frequentare una fashion school?”, il 40% degli imprenditori ha risposto di sì, ma il 25% si è detto contrario. Tra le principali critiche, o aree di miglioramento per vederla in positivo, il fatto che gli studenti dovrebbero essere maggiormente preparati alla vita aziendale, con competenze operative oltre che tecniche, a partire dagli insegnanti che dovrebbero vivere la quotidianità di un’azienda per poterla trasferire ai loro studenti.

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