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Pubblicato il
26 giu 2015
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Barnabé Hardy: “L'uomo Carven è un uomo consapevole”

Pubblicato il
26 giu 2015

Sei mesi dopo essere stato nominato direttore creativo dell'Uomo della maison Carven, Barnabé Hardy svela la sua prima collezione, per la primavera-estate 2016, e spiega il suo lavoro a FashionMag.com.



FashionMag.com: Lei presenta la sua prima collezione per Carven, quali sono le ragioni che le hanno fatto accettare questo incarico?

Barnabé Hardy: Mi piace l'idea che i vestiti siano portabili e che possano durare nel tempo. Non faccio moda per divertirmi su una passerella. La storia della maison Carven, e il fatto di non sviluppare l'ennesima firma di lusso, ma invece di vendere dei vestiti, corrispondeva già all'idea di quanto già facevo con il mio marchio. Ho subito capito dove voleva andare l'azienda, la sua filosofia e la sua strategia.

FM: Che ne è del suo brand?

B.H.: Lo sviluppo del mio marchio è stato messo in stand-by per potermi dedicare esclusivamente a Carven senza alcuna frustrazione; ma continuo il su misura. Più vado avanti in questo lavoro e più mi convinco che l’importante è realizzare delle collezioni senza che siano per forza griffate dal mio nome e cognome. La mia sensibilità e le mie ispirazioni sono parte integrante del mio lavoro per Carven, che comunque non è Barnabé Hardy.

FM: L’influenza di Guillaume Henry sull'immagine della maison Carven l'ha costretta a differenziarsi di più?

B.H.: Non ho cercato di differenziarmi, ma piuttosto di concentrarmi sulla creazione di un guardaroba completo e preciso, dall'abito ai capi di sportswear, passando per il teddy, l’anorak, la giacca antivento, il blazer… con l'idea che tutti i capi possano miscelarsi insieme mantenendo uno spirito leggero e casual che non sia troppo formale, pretenzioso o prezioso. La principale differenza sta in realtà nella visione dell'uomo Carven, che ho voluto evolvere. Dal ragazzo, passiamo all'uomo che è consapevole di ciò che indossa.


FM: E questa visione come si traduce in realtà?

B.H: Il lavoro sull'uomo è molto borderline. Tra uno spirito troppo classico e noioso o al contrario eccentrico e importabile, bisogna trovare il giusto equilibrio, avendo sempre in mente che il vestito sia indossabile. Per riassumere le cose, la collezione primavera-estate rinnova i classici partendo da una scelta di tessuti e stampe che non lo sono, e che sono prodotti in esclusiva. Come il seersucker (il fine tessuto di cotone usato per confezionare abiti estivi e originariamente sviluppato in India, ndr.) scelto ad altorilievo e declinato in blazer o camicie con collo a scialle e in colori talvolta inattesi, come il giallo o il kaki. Stessa idea per la camicia 'Oxford' azzurro cielo o bianca, classica in apparenza, ma lavorata con un leggero twist alla Carven con alcuni dettagli ricamati. Un altro esempio con l'abito, a micro piqué per la sera, da indossare con decontratta disinvoltura.

FM: Altri “tratti distintivi”, la scelta di stampe forti…

B.H.: E' questo il caso del 'Ginkgo' (dal ginkgo biloba, un albero di origine giapponese molto diffuso anche nei giardini italiani, ndr.) che io interpreto come portafortuna declinato in motivi all-over sugli sweats, in jacquard, come portachiavi o in modo più discreto su un chino, in tono su tono su un gabardine beige o discreto su una camicia tre quarti e su tessuti in rilievo che arrivano persino ad inquietare lo sguardo. Un altro stampato (vedi foto), chiamato 'Boomerang', appare anch'esso su un cappotto a tre quarti e su delle felpe; un tocco urbano, in linea con l'uomo di oggi, sempre in azione.

FM: Un rinnovamento dei generi, infine, sul versante degli accessori...

B.H.: Tengo bene a mente che l'uomo Carven si evolve in un sistema in costante movimento. La città, come i viaggi, impongono un minimo di praticità, tradottasi nella nostra linea di borse e valigie, che volevo assolutamente fossero leggere. Altro esempio con la calzatura, ibrido fra la scarpa da camminata e da golf, allo stesso tempo cittadina e sportiva.

Alexis Chenu (Versione italiana di Gianluca Bolelli)

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