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Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
17 giu 2021
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6 minuti
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Verso nuovi equilibri per il commercio a Parigi?

Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
17 giu 2021

Trascurata dai turisti, abbandonata dai suoi residenti più facoltosi, trasformata dalla diffusione del telelavoro... la città di Parigi ha subito tutto il peso delle ripercussioni portate dalla crisi del Covid. Cambiamenti profondi che potrebbero modificare in modo permanente la sua attività commerciale. Il 15 giugno, la Camera di Commercio e Industria di Parigi, presieduta da Dominique Restino, ha organizzato un incontro per analizzare questi impatti.

Il profilo dei consumatori e dei luoghi in cui fare acquisti stanno notevolmente cambiando a Parigi - Shutterstock


“La crisi ha rimescolato le carte in modo molto violento. Tale accelerazione radicale rende necessario guardare a parametri di lungo periodo che a volte tendiamo a mettere da parte”, ha affermato Philippe Goetzmann, membro eletto della CCI, esperto di vendita al dettaglio, nell’introduzione, ricordando che “a Parigi ci sono 1,8 milioni di posti di lavoro per quasi 2 milioni di abitanti, un dato molto importante che implica un'iperattività commerciale”.
 
L'Apur, che da vent'anni conduce un'analisi delle attività nella capitale e che, con la loro contrazione, permette di avere una visione delle trasformazioni in atto, ha presentato i risultati della sua indagine svolta nell'ottobre 2020, tra il primo e il secondo lockdown. A quella data, Parigi aveva 61.540 esercizi commerciali, di cui 19.917 non alimentari. A titolo di confronto, nel settore non alimentare, Parigi ha quasi 10 negozi ogni 1.000 abitanti contro i meno di 6 di Marsiglia, Lilla e Lione. “È un dato di enormi proporzioni! Parigi costituisce una delle eccezioni in termini di densità commerciale in Francia, ma anche nel mondo. Abbiamo voluto dare in valore assoluto l’attività commerciale vacante, perché in percentuale non sarebbe stata molto evidente”, spiega Dominique Alba, Direttore Generale di Apur. “Ci sono però degli interrogativi su questo relativo aumento degli esercizi commerciali vacanti”.

Mentre tra il 2014 e il 2017, durante gli ultimi due studi, il numero di negozi aveva oscillato molto poco, nel 2020 la capitale francese contava 1.164 negozi in meno rispetto al 2017. La maggior parte di questi negozi è rimasta sfitta, 174 sono diventati centri medici e altri sono stati fusi per ingrandire le attività esistenti.

Parigi ha una rete commerciale più ampia della maggior parte delle città - Apur


Alla fine, in tre anni, la percentuale di location vacanti è scesa dal 9,3% al 10,5%, con aumenti molto forti in alcuni arrondissement che non conoscevano queste tensioni, come il VII arrondissement, intorno agli Champs-Elysées, o il I, II, III e IV arrondissement.
 
Mentre i negozi di prodotti biologici hanno avuto una notevole fioritura, i negozi dedicati alla moda hanno chiaramente pagato un prezzo pesante. “Con i confinamenti e lo smart working, zone come l’VIII arrondissement sono state disertate. Bisogna restare cauti nell'analizzare questi regressi. Le chiusure delle attività all'ingrosso sono in atto da tempo. Il tasso di turnover nel fast food è del 52%, dato che non deve sorprendere, perché il rinnovamento dei concept è rapido. Ma la percentuale di rotazione degli esercizi commerciali di abbigliamento è quasi del 40%. È un dato troppo alto per questo tipo di attività, perché richiede investimenti”.
 
Colpita in primis la moda
 
Una complicazione per il settore della moda, che ha perso più di mille esercizi tra il 2017 e il 2020 (-13%) e che è il più colpito nella capitale. Negli ultimi anni le reti di vendita al dettaglio, che rappresentano il 23% dei locali, ma addirittura il 38% delle superfici commerciali, hanno sofferto in modo particolare, con una riduzione delle superfici dell'8% nel 2020 rispetto al 2017. Diminuzioni che colpiscono soprattutto il prêt-à-porter e le calzature.

Senza turisti e con meno lavoratori, negli ultimi mesi gli equilibri commerciali del quartiere degli Champs-Elysées sono molto cambiati - Shutterstock


In effetti, non sono solo i negozi indipendenti ad aver sofferto. Emily Mayer, Direttore Business Insight dell'IRI, che ha analizzato gli impatti della crisi del Covid sul traffico di persone a Parigi e nei suoi quartieri, rileva che nella capitale francese le spese dedicate a tutto ciò che non riguarda il food sono diminuite del 20% nel 2020 rispetto al 2019, contro il 14% a livello nazionale. Il budget della moda, che rappresenta il 20,9% delle spese per prodotti non alimentari a Parigi (contro il 18,4% a livello nazionale), si è contratto del 24%.
 
Yohann Petiot, Direttore Generale della Alliance du Commerce, e Pierre-François Le Louët, Presidente della federazione francese del prêt-à-porter femminile, hanno sottolineato entrambi, in varie tavole rotonde, le complicazioni che il settore deve affrontare.
 
“C'è un vero tema sulla città di domani. Credo che dobbiamo uscire da una visione dogmatica di una città ideale dove tutto debba essere disponibile. Nel cuore di Parigi, avevamo una boutique, Colette, che in tutto il mondo era considerata l'esempio del concept store e attirava gli influencer. Oggi, nel raggio di 150 metri, hanno appena chiuso Sportmax, Stuart Weitzman, Bonpoint, Moschino, Diane von Furstenberg, mentre questo era l'epicentro dello shopping mondiale”, ha ricordato Pierre-François le Louët. “Non vedo l'ora che s’impongano nuovi modelli. Ne conosciamo alcuni, che siano digitali al 100% come Rouje o Sézane, o si tratti di marchi che si sono reinventati, come Ba&Sh che ha dato uno smartphone a tutti i suoi commessi. Ci sono possibilità di reinvenzione, ma parlando con i boss delle aziende di moda, Parigi non è più la priorità. Le grandi catene hanno chiuso il 15% delle loro reti. Come diventeranno le nostre strade? Non ho una soluzione... Condivido la mia preoccupazione e inquietudine nel riscontrare che Parigi non sia più la priorità”.

I quartieri turistici e degli uffici hanno visto aumentare la percentuale di esercizi commerciali sfitti - Apur


L'importanza del telelavoro modificherà gli equilibri in modo permanente
 
Molte sono infatti le incognite sulla ripresa delle attività commerciali. “Dal 19 al 31 maggio, quando c’è stata una ripresa molto buona, eravamo a +50% (di attività, ndr.) a livello nazionale”, spiega dal canto suo Yohann Petiot. “Con solo un +18% nella capitale. Parigi è più in ritardo nella ripresa. Ciò è legato in primo luogo all'assenza di turismo internazionale e locale, ma sappiamo anche che non ci sarà alcun ritorno alla normalità nel telelavoro. Con l’importanza rivestita dai posti di lavoro a Parigi, ci sarà un forte impatto sulle nostre attività. Camaïeu ha chiuso dieci negozi nella capitale, Celio otto. Questi brand stanno rivedendo la loro rete. Le città di medie dimensioni si stanno prendendo la rivincita in termini di consumi. Sono preoccupanti le situazioni nelle grandi città, e a Parigi prima di tutto”.
 
Pertanto, lo sviluppo del telelavoro (o smart working) non sta solo cambiando le abitudini legate al pranzare o comprare degli snack. Anche lo shopping per puro piacere o per seguire le mode ne è interessato. I flussi nella capitale francese sono stati profondamente modificati... e stanno iniziando a ridefinire il centro di gravità del commercio.
 
Così nel 2020 il Triangolo d'Oro e le aree destinate ad uffici sono stati in gran parte abbandonati, riducendo l'attività del tessuto commerciale locale. D'altra parte, le zone più residenziali, che Emily Mayer definisce come la ‘Parigi trendy’, hanno saputo reagire. E i commercianti di quesi quartieri, quando hanno potuto restare aperti, hanno vissuto un periodo meno difficile.

Un gran numero di negozi di abbigliamento e accessori hanno chiuso tra il 2017 e il 2020 - Apur


“Ci sono dunque nuove cose da immaginare per ricreare flussi di persone. Ci sono dinamiche in atto che riguardano il second hand, i capi d’occasione, il noleggio, la riparazione. Il locale e il consumare meglio resteranno. C'è un reinvestimento dei parigini nella loro vita di quartiere. Essendo a casa a almeno una volta alla settimana per lavorare, le reti commerciali si porranno la questione di avvicinarsi a queste zone residenziali. Bisognerà che sia la città a far muovere le persone. Essa dovrà avere negozi accattivanti che creeranno eventi, concept ibridi dove sarà possibile pranzare e comprare, e proporre esperienzialità per sedurre le giovani generazioni”.
 
Una sfida importante in un momento in cui le aziende devono affrontare numerose richieste perché si trasformino in maniera eco-responsabile, concettualmente e digitalmente. La questione degli affitti è messa inevitabilmente sul tavolo, mentre calano i fatturati nei quartieri che erano ancora i più appetibili nel 2019. Ma è in corso anche la reinvenzione del ruolo del negozio, con un mix di utilizzi del commercio su strada, come l'arrivo degli spazi Auchan Piéton, che promette circa 150 punti di raccolta da 50 a 120 metri quadrati nell’Ile-de-France, con la presenza di partner come Mondial Relay, La Poste o Vinted.

Evoluzione della spesa delle famiglie francesi e parigine tra il 2019 e il 2020 - IRI


“L'accelerazione della trasformazione del commercio ha fissato nuovi standard, analizza Pierre-François Le Louët. Dobbiamo avere i mezzi ma soprattutto la voglia di lanciare questi progetti. Si tratta di nuovi standard che rischiano di rendere obsoleti in modo estremamente rapido coloro che non si saranno mossi. Ma nonostante la crisi cc'è una grande volontà da parte dei commercianti di imparare e adattarsi. Un grande magazzino come La Samaritaine non arriva tutti gli anni. Questo arrivo dalla risonanza internazionale, come anche l'apertura della Fondazione Pinault, è un'ottima notizia. Farà tornare a tutti la voglia di vedere cosa stia accadendo a Parigi”.
 
Mezzi per dare ai turisti, ma anche agli stessi parigini, il desiderio di riscoprire la Ville Lumière... e i suoi negozi.

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