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Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
20 ott 2021
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USA: il tessile-abbigliamento supporta i piani di onshoring e nearshoring di Joe Biden

Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
20 ott 2021

Il presidente degli Stati Uniti, il ​​13 ottobre scorso ha invitato le aziende americane a investire nella esternalizzazione industriale a società locali con sede nel proprio Paese (onshoring) o nella produzione di prossimità (nearshoring), al fine di ridurre la dipendenza dalle importazioni da nazioni lontane. Una posizione accolta con favore dal Consiglio nazionale delle organizzazioni tessili (NCTO-National Council of Textile Organizations), che, come altre filiere, sta affrontando il problema della scarsità di materie prime e dell’aumento dei costi di trasporto. Per non parlare della crisi locale della manodopera.

Joe Biden - Shutterstock


“Se sarà necessario il sostegno federale, condurrò tutte le azioni appropriate e, se il settore privato non interverrà, li inviteremo e chiederemo loro di agire”, ha detto Joe Biden ai rappresentanti dell'industria, della vendita al dettaglio e dei trasporti, durante una conferenza online tenuta dalla Casa Bianca. Incontro che arriva un anno dopo che il candidato Biden ha promesso sia la carota che il bastone alle aziende statunitensi che producono all'estero.
 
La posizione della Casa Bianca non ha tardato a conquistarsi l'entusiasmo dell'industria statunitense del tessile-abbigliamento, per la quale la corsa alla delocalizzazione ha “buttato giù” l'intero settore. E prende come esempio le infermiere di New York, costrette durante la crisi a lavorare con i sacchetti della spazzatura sulle mani, perché il Paese era dipendente dai guanti medici prodotti in Cina.

“La Cina, con il suo potere quasi illimitato di fissare prezzi irrealistici, insieme alle sue sovvenzioni e alla mancanza di standard ambientali applicabili, riduce i benefici e compromette gli obiettivi politici, e ci pone in una situazione insostenibile di eccessiva dipendenza da una catena d’approvvigionamento estera per i prodotti e le materie prime essenziali”, ha affermato Kim Glas, presidente della NCTO. “Questo deve cambiare. Dobbiamo ritenere la Cina responsabile delle pratiche commerciali predatorie che hanno delocalizzato le nostre industrie e posti di lavoro. Dobbiamo rilocalizzare ed esternalizzare più catene di produzione del tessile-abbigliamento dall'Asia agli Stati Uniti e ai partner commerciali dell'emisfero occidentale”.
 
Per la rappresentante della filiera si tratta quindi di puntare su una produzione locale e affidabile. E soprattutto in quei Paesi “che aderiscono a standard sociali e ambientali più elevati (rispetto alla Cina, ndr.)”. Viene quindi suggerito il ruolo che in questo caso potrebbe interpretare il Messico, già fornitore chiave del tessile-abbigliamento americano. La NCTO ​​accenna al trasferimento del 10% della produzione mondiale di tessile-abbigliamento negli Stati Uniti e nel Nord America come chiave della verticalizzazione dell'intera catena del valore.

Shutterstock


“Inoltre, l'onshoring e il nearshoring di queste filiere produttive critiche presentano notevoli vantaggi per l'ambiente e rispondono ai crescenti, sistemici e allarmanti problemi legati ai cambiamenti climatici”, sottolinea la NCTO, che rappresenta una filiera americana che valeva 530.000 posti di lavoro nel 2020 e che l'anno scorso ha esportato 64,4 miliardi di dollari in prodotti tessili e d’abbigliamento. Sul fronte delle importazioni, gli USA hanno importato 111,6 miliardi di dollari di tessile-abbigliamento nei primi otto mesi del 2021 (+15,5%). Cina, Vietnam, India, Bangladesh e Messico sono i suoi principali fornitori.
 
Questa crescita d’importanza del tema della delocalizzazione nel dibattito pubblico americano arriva in un momento in cui la situazione attuale del mercato del lavoro si presenta difficile, in particolare nel settore industriale. I posti di lavoro sono stati infatti ricreati a un ritmo accelerato negli ultimi mesi, grazie a una vasta campagna di vaccinazione. Ma gli ultimi dati mostrano che a luglio c'erano ancora più annunci di lavoro che lavoratori disponibili. Una certezza di ritrovare lavoro che ha portato in quel mese a una percentuale di dimissioni del 2,7%, un record. Attualmente però la situazione tenderebbe a ridursi: l'indice della mancanza di dipendenti (numero di lavoratori disponibili in rapporto al numero di annunci) è così sceso dal 5,5 di maggio allo 0,9 di luglio.

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