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Gianluca Bolelli
Pubblicato il
5 mag 2020
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8 minuti
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USA: grandi magazzini sull'orlo del baratro. Tra i brand crescono licenziamenti e congedi senza paga

Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
5 mag 2020

Situato a due isolati dall'Empire State Building, Macy’s, proprietario anche dell’insegna Bloomingdale's, sta lottando per sopravvivere, come molti altri grandi magazzini, costretti a chiudere i negozi e a mettere in cassa integrazione migliaia di dipendenti. Lo shock causato da questa crisi sanitaria è così grave che molti esperti si chiedono se i department store si riprenderanno.

Macys'


Le vendite dei negozi d’abbigliamento e accessori si sono dimezzate (-50,5%) in marzo, secondo il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, un trend che dovrebbe accelerare ad aprile, mese molto influenzato dalle misure di contenimento per arginare la diffusione del Covid-19.
 
“Ci saranno fallimenti, [perché] non c’è bisogno di tanti grandi magazzini, né di negozi così giganteschi”, ha dichiarato Robert Burke, specialista esperto del settore della Robert Burke Associates. In un momento in cui dovrebbe essere occupato con collezioni e articoli estivi, Macy's è più preoccupato di raccogliere miliardi di dollari per rimanere a galla, secondo fonti bancarie.

La famosa catena statunitense è stata costretta a marzo a cassintegrare la maggior parte dei suoi 130.000 dipendenti, dopo aver chiuso tutti i suoi negozi. “Abbiamo perso la maggior parte delle nostre vendite", ha dichiarato Macy's, che ha anche bloccato nuove assunzioni e annullato gli ordini.
 
Una pletora di fallimenti a cascata di grandi magazzini non è esclusa, se i negozi rimarranno chiusi nei prossimi mesi. Le insegne J.C. Penney e Nordstrom possono tenere finanziariamente solo per altri otto mesi, ha calcolato lo studio Cowen. La situzione è ancora più allarmante per Kohl's, che non può resistere per più di 5 mesi, mentre Lord & Taylor sta già esplorando diverse opzioni di ristrutturazione.
 
Piegato da debiti enormi, il grande magazzino di lusso Neiman Marcus, anche proprietario di Bergdorf Goodman, potrebbe essere la prima tessera del domino a cadere. Non ha potuto onorare il suo debito di recente, il che ha spinto Standard & Poors ad avvertire i creditori che “la società non rispetterà le scadenze di pagamento future e cercherà di ristrutturarsi al di fuori o davanti a un tribunale (un riferimento al capitolo 11 della legge fallimentare statunitense che permette la ristrutturazione senza pressioni creditorie, ndr.)”.
 
Simboli della società dei consumi all’americana, i grandi magazzini sono stati i motori dei centri commerciali giganti (chiamati Mall) che si sono diffusi negli Stati Uniti fino all'esplosione del commercio online. Il loro declino, cominciato un decennio fa, è stato accelerato dal successo di Amazon e della fast fashion (H&M, Zara).
 
I department store hanno dunque cercato di reinventarsi sviluppando piattaforme di e-commerce e cercando di creare esperienze uniche (corsi di yoga, spazi di bellezza, bar temporanei, ecc.) all’interno dei loro negozi, ma sono rimasti troppo dipendenti dalle vendite fisiche.
 
Questa dura realtà ha provocato nel 2019 il fallimento del grande magazzino newyorchese Barneys, storico punto di riferimento per la moda maschile, mentre Sears è ora controllato da un hedge fund.

L Brands, proprietario dell’iconico marchio di biancheria intima Victoria's Secret, ha appena dato appuntamento davanti ai giudici al fondo (Sycamore) che lo ha acquistato a febbraio, dopo che quest'ultimo ha annunciato di voler far annullare la sua promessa di vendita.
 
Il paesaggio del dopo-crisi si profila composto da meno grandi magazzini, da uno a due in ogni città, contro i cinque in media prima della pandemia, stima Robert Burke, tanto più che i marchi vorranno trovare nuovi canali distributivi per i loro prodotti. “È tempo che i grandi magazzini prendano in considerazione fusioni e acquisizioni”, afferma, in un rapporto pubblicato ad aprile, lo studio McKinsey.

Anche Tapestry ha annunciato licenziamenti e tagli agli stipendi - Instagram:@coach


La Fed ha predetto mesi difficili per l’economia americana, colpita dalla pandemia di Covid-19, che ha già messo fine a più di un decennio di crescita, e dovrebbe causare un crollo storico nei prossimi mesi. La prima economia mondiale ha visto scendere del 4,8% il proprio PIL nel primo trimestre, il calo maggiore dal 4° trimestre 2008, quando gli Stati Uniti entrarono in crisi economica. La contrazione allora era stata dell’8,4%. In cinque settimane, oltre 26 milioni di persone si sono registrate nelle liste della disoccupazione, un fatto senza precedenti. Il Fondo Monetario Internazionale prevede una contrazione del PIL degli Stati Uniti del 5,9% nel 2020. Per alcuni settori particolarmente colpiti dalla paralisi dell'economia, come il trasporto aereo, il ritorno al livello del 2019 potrebbe richiedere diversi anni.
 
Per sopravvivere, il mese scorso moltissime aziende americane e britanniche hanno scelto mettere in congedo non pagato (furlough) numerosi dipendenti. In molti casi, nonostante le recenti riaperture dei negozi finalmente autorizzate in Cina e che l’attuazione di provvedimenti simili sia ormai vicina anche in Europa (a partire dall’Italia) e in vari stati degli USA, questi tagli al personale sono ancora in atto. È bene specificare che questo provvedimento è diverso da un licenziamento, perché nel periodo di congedo non retribuito i dipendenti mantengono comunque alcuni benefit, come l’assistenza assicurativa sanitaria.
 
Dopo il gruppo d’abbigliamento Tailored Brands, di Fremont (California), che ha congedato senza retribuzione tutti i dipendenti dei suoi negozi degli Stati Uniti, nonché una parte significativa dei dipendenti nella propria rete di distribuzione e negli uffici, è toccato alla catena texana di grandi magazzini J.C. Penney adottare lo stesso provvedimento per gran parte dei suoi salariati, compresi dipendenti di logistica e supply chain, mentre il brand di abbigliamento e accessori Guess lo ha messo in pratica per il 100% dei propri dipendenti dei negozi in USA e Canada e il 50% dei propri collaboratori corporate, mentre il CEO Carlos Alberini e il CCO Paul Marciano si sono ridotti lo stipendio del 70% e anche gli altri manager d’alto livello della direzione hanno visto decurata la propria retribuzione.

Il gruppo statunitense Tapestry, proprietario dei marchi Coach, Kate Spade e Stuart Weitzman, ha eliminato circa 2.100 posti di lavoro part time nei negozi dei suoi 3 brand a partire dal 25 aprile. I dipendenti interessati hanno ricevuto un risarcimento di 1.000 dollari (circa 923 euro). Inoltre,l’azienda americana ha ridotto del 50% la retribuzione del suo Consiglio d’Amministrazione; stesso trattamento per il CEO Jide Zeitlin. Tutti gli altri impiegati dell’azienda in Nord America al di sopra di un certo livello di remunerazione, vedranno i loro salari ridotti del 5-20%. Gli altri membri del team nordamericano di vendita al dettaglio di Tapestry continueranno a ricevere i loro stipendi e benefici sociali fino al 30 maggio, malgrado le chiusure dei negozi.
 
Per mantenere il proprio livello di liquidità, il versamento del dividendo trimestrale e il programma di acquisto di azioni della società sono sospesi; Tapestry ha inoltre prelevato 700 milioni di dollari dalla sua linea di credito rinnovabile da 900 milioni di dollari, mentre per rilanciarsi il prima possibile ha già riaperto tutti i suoi punti vendita nella Cina continentale.

Anche Arcadia, il gruppo britannico proprietario delle catene Topshop e Dorothy Perkins, ha congedato senza retribuzione la maggior parte del suo personale (14.500 persone). Stessa misura presa dal distributore di calzature Shoe Zone e dalla catena americana di accessori Vera Bradley. Il proprietario di Versace e Michael Kors, il gruppo Capri Holdings, ha congedato senza paga tutti i suoi 7.000 dipendenti nel Nord America (dei 17.800 totali), in quanto prevede di riaprire i negozi solo dopo il 1° giugno.

J.C. Penney

 
Il gruppo newyorchese d’abbigliamento Ralph Lauren, che da metà marzo ha chiuso tutti i negozi in Nord America e parte di quelli in Europa, ha messo in congedo non retribuito dall’11 aprile tutti i suoi collaboratori operanti in quei negozi insieme ad alcuni dipendenti amministrativi in azienda. Il presidente esecutivo e direttore creativo Ralph Lauren ha accettato di rinunciare alla totalità del suo stipendio nell'anno fiscale 2021, nonché al suo intero bonus per l'esercizio 2020, mentre il presidente e CEO Patrice Louvet ha accettato una riduzione del 50% del suo stipendio per la durata di la crisi sanitaria.
 
Con i negozi della società ancora chiusi nel Nord America e nell’area EMEA, anche Abercrombie & Fitch Co., con sede a New Albany, Ohio, ha applicato la possibilità normativa del furlough al suo personale di vendita al dettaglio in quelle regioni a partire dal 12 aprile. Il 15% dei dipendenti corporate vedrà diminuito lo stipendio per tutta la durata della crisi, mentre i membri del gruppo dirigente dell'azienda, dal livello di vicepresidente in poi, vedranno i loro stipendi temporaneamente tagliati tra il 10% e il 33%, compresi tutti gli executive e il CEO Fran Horowitz.
 
La catena irlandese Primark, le cui chiusure gli stanno facendo perdere 650 milioni di sterline al mese, come ha comunicato il mese scorso, ha chiuso tutti i negozi nel Regno Unito. I suoi 30.000 dipendenti in UK sono stati posti in congedo senza paga dal 5 aprile. Il distributore ha annunciato un taglio temporaneo del 20% dello stipendio per i dirigenti senior. Il resto dei dipendenti nel suo quartier generale e nelle funzioni amministrative dovrà affrontare una riduzione del 10% della retribuzione per le prossime 12 settimane. Inoltre, il gruppo dirigente si è impegnato a ridurre temporaneamente i propri stipendi del 30% e il CEO Paul Marchant lo vedrà ridotto del 50%, e gli amministratori esecutivi non riceveranno bonus per l'esercizio in corso.
 
Anche il gruppo PVH, proprietario di Calvin Klein e Tommy Hilfiger, con sede a New York, ha annunciato che circa il 75% dei suoi dipendenti nel retail, aziendali e nel magazzino è sottoposto a congedo non retribuito, o i loro orari di lavoro sono stati ridotti. I rimanenti dipendenti a tempo pieno in Nord America vedranno i loro salari temporaneamente diminuiti tra il 5% e il 20%.
 
Il gruppo VF Corp. ha garantito il pagamento degli stipendi ai dipendenti attivi nel commrcio al dettaglio fino al 3 maggio, mentre i dipendenti corporate, e quelli attivi nel commercio all'ingrosso e nei centri di distribuzione hanno visto ridotte le loro ore di lavoro. Inoltre, VF ha prelevato il miliardo di dollari che rimaneva disponibile nell'ambito della sua linea di credito revolving principale non garantita e ha sospeso il suo programma di riacquisto di azioni.
 
Pure il rivenditore di calzature e articoli sportivi di New York Foot Locker ha posto in congedo non retribuito dal 26 aprile la maggior parte dei suoi dipendenti attivi nei negozi al dettaglio negli Stati Uniti e in Canada, nonché alcuni dei suoi dipendenti nei negozi in Australia e nella catena di fornitura negli Stati Uniti. Il CEO si vedrà ridotto lo stipendio del 40%; i vicepresidenti esecutivi e vicepresidenti senior del 20%; i vicepresidenti corporate e i dirigenti a livello di General Manager del 10%.
 
Infine, da segnalare che in questo periodo anche HanesBrands, la società di abbigliamento proprietaria dei marchi Hanes, Champion e Wonderbra con sede a Winston-Salem, nella Carolina del Nord, ha temporaneamente congedato senza paga i suoi collaboratori retail negli Stati Uniti, in Europa e in Australia, dopo aver chiuso i circa 1.200 suoi negozi in queste regioni. Inoltre, ha licenziato 575 dipendenti non attivi nel retail negli Stati Uniti, con l'istituzione di tagli salariali temporanei tra il 10% e il 30% per i dipendenti e i dirigenti rimanenti.

Con AFP e la Redazione britannica
 

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