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Gianluca Bolelli
Pubblicato il
31 ago 2020
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Uiguri: il 20% degli indumenti di cotone nel mondo creato con il loro lavoro forzato?

Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
31 ago 2020

Riunitisi all'interno della “Coalition to End Forced Labour in the Uyghur Region” (“Coalizione per porre fine al lavoro forzato nella regione uigura”, ndr.), circa 180 tra ONG, associazioni e sindacati sono intervenuti durante l'estate per invitare i marchi a lottare contro l'uso del lavoro forzato compiuto dagli uiguri in alcune aziende cinesi. Una pratica di cui approfitterebbe il 20% della produzione mondiale di cotone.

Una manifestazione che denuncia la sorte degli uiguri a Bruxelles nel 2019 - Shutterstock


È quanto già nel 2019 affermava uno studio di Jerrigan Global per l'Australian Broadcasting Corporation, che si basava sul fatto che un quinto della produzione mondiale di cotone – e l'80% della produzione cinese – proviene dallo Xuar, regione uigura della provincia dello Xinjiang. L’istituto australiano di strategia politica (Australian Strategic Policy Institute) aveva chiarito il fatto all'inizio del 2020 in uno studio di 56 pagine, che tra i suoi principali punti di forza aveva il fatto di affidarsi alle cifre ufficiali fornite dalla stessa Cina. E sottolineava il massiccio spostamento di lavoratori coinvolti in modo coatto nelle fabbriche tessili nello Shandong, tra Pechino e Shanghai. Studio all’epoca ripreso da FashionNetwork.com.
 
“C'è il serio rischio che le multinazionali di tutti i settori traggano profitto dalle violazioni dei diritti umani, incluso il lavoro forzato, sia all'interno che all'esterno dello Xuar”, indica il comunicato congiunto delle ONG. “Ciò è particolarmente vero nel settore dell'abbigliamento e della confezione, che è stato oggetto della maggior parte delle indagini sul lavoro forzato nella regione. Data la portata degli abusi, i committenti internazionali devono quindi presumere che tutti i prodotti fabbricati in tutto o in parte nello Xuar presentino un rischio elevato di essere stati confezionati ricorrendo a del lavoro forzato”.

Le ONG, che possono contare sull'appoggio dell'ONU, che ha lanciato l'allarme nel 2019, chiedono ai marchi di adottare delle misure per isolare economicamente lo Xuar. In particolare, viene chiesto loro di fornire una mappa di quella parte della loro catena di fornitura che possa essere collegata in un modo o nell'altro alla regione. E i brand vengono poi invitati a prendere delle conseguenti contromisure, come il recesso da qualsiasi rapporto commerciale con i fornitori locali.
 
Il rapporto pubblicato in marzo collegava 83 grandi marchi al lavoro degli uiguri. Una larga parte di essi era di abbigliamento. Vi erano citati: H&M, Gap, Zara (che smentisce ogni legame con lo Xinjiang) e Uniqlo tra le grandi aziende di abbigliamento e accessori, ma anche Nike, Adidas, Puma, Li Ning, Skechers, The North Face e Fila del segmento sport/outdoor. Senza dimenticare Abercrombie&Fitch, Lacoste, Calvin Klein, Cerruti 1881, Jack & Jones, Polo Ralph Lauren, Tommy Hilfiger, Victoria's Secret o Zegna, tra gli altri.

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