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Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
20 feb 2022
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Trasporto marittimo: una crisi che sembra destinata a durare

Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
20 feb 2022

Gli imprenditori della moda speravano in un ritorno alla normalità nel 2022 per il settore del trasporto merci internazionale. La realtà è tutt'altro che questa, in un momento in cui il costo per container è ancora elevato, i lunghi tempi di lavorazione e il prezzo del carburante stanno sconvolgendo il settore tessile-abbigliamento.

Shutterstock


L'indice Flexport OTI (Ocean Timeliness Indicator) misura il tempo che intercorre tra l'arrivo delle merci al porto di spedizione e la consegna al porto di arrivo. Che si tratti dei collegamenti tra Cina ed Europa o di quelli tra Cina e Stati Uniti, l'indice mostra che i ritardi osservati all'inizio di febbraio sono ancora prossimi ai livelli record raggiunti nel corso del 2021. Occorre quindi sempre contare su 110 giorni di termine medio per le merci in partenza dai porti asiatici verso l'Europa, e 112 giorni per quelle che prendono il mare in direzione del territorio americano.
 
I trasporti non sono l'unico punto critico: i tempi di presa in consegna alle porte dei porti di spedizione sono saliti alle stelle anche in Asia. Sono persino “i più alti mai registrati” nella seconda settimana di febbraio, sottolinea Flexport. Se prima della crisi questo periodo era di circa quattro settimane, ora è di più di dieci settimane per i prodotti destinati all'Europa e una dozzina per quelli in partenza per l'America. Flexport sottolinea, però, che bisogna tenere conto di un effetto di stagionalità, perché le spedizioni sono sempre più elevate nelle prime settimane dell'anno.

Parallelamente a questi ritardi, sono i prezzi ad essere al centro dell'attenzione dei committenti. Il prezzo medio dei combustibili marittimi nei 20 principali porti mondiali sfiora il record storico, con 731,5 dollari per tonnellata. Una situazione a cui vanno aggiunti i persistenti effetti della penuria di container nata nel 2020, quando i container in arrivo in Europa e negli Stati Uniti non ripartivano verso l’Asia a causa delle industrie che lavoravano a rilento.

In verde, il trasporto Cina-Europa, in rosso, il trasporto Cina-USA - Flexport


L'indice Drewry, dedicato ai container da 40 piedi, ha registrato un prezzo medio di 9.359,10 dollari per viaggio a metà febbraio. Una cifra superiore dell'80% rispetto a quella osservata un anno prima, e lontanissima dai 2.870 dollari di cinque anni fa.
 
Sempre a metà febbraio, i prezzi hanno raggiunto 13.665 dollari tra Shanghai e Rotterdam, in crescita del 61% in un anno. Nello stesso periodo essi sono anche saliti del 146% tra Shanghai e Los Angeles, a 10.437 dollari. I collegamenti transatlantici non sono ovviamente immuni da questa impennata: un viaggio Rotterdam-New York costa 6.453 dollari, in crescita del 181% in un anno.

Una situazione che, ovviamente, avvantaggia i vettori. Numero due al mondo, il danese AP Moller-Maersk ha appena pubblicato per il 2021 un utile netto di 18 miliardi di dollari (15,8 miliardi di euro), contro i 3,2 miliardi del 2020. Il terzo player, il francese CMA CGM dovrebbe invece confermare a marzo che ha superato la soglia dei 15 miliardi di dollari (13,19 miliardi di euro). Il leader mondiale MSC non pubblica i suoi dati, ma dovrebbe avvicinarsi ai 28 miliardi di dollari (24,5 miliardi di euro).

Indice dei prezzi per container da 40 piedi - Drewry


In totale, i dieci maggiori operatori dei trasporti dovrebbero, secondo Bloomberg, aver generato tra i 120 e i 150 miliardi di dollari di profitti nel corso dell'anno. Vettori che lo scorso anno hanno moltiplicato gli ordini di nuove navi, con quasi 400 annunciati lo scorso settembre. Un'evoluzione delle flotte che risponde a un naturale rinnovamento delle attrezzature, ma anche alla volontà di allinearsi a nuovi standard di responsabilità. Standard sottolineati di recente da Climate Chance.
 
Questa situazione del trasporto merci, unita alla crisi energetica e alla carenza di materie prime, ha pesato sulla decisione dei marchi di moda di aumentare i prezzi nel 2022. Un recente studio dell'Institut Français de la Mode ha evidenziato che oltre il 58% dei marchi e dei distributori prevede di rivedere i propri prezzi al rialzo nel 2022, il 9% dei quali menziona aumenti dal 5 al 10% sui prezzi precedentemente praticati.

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