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12 lug 2022
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The Woolmark Company: la lana merino incrementa l’export negli USA e seduce lo streetwear

Pubblicato il
12 lug 2022

The Woolmark Company, l’associazione no profit australiana che rappresenta 66.000 allevatori locali di pecore da lana merino (per un totale di circa 70 milioni di animali), registra un significativo incremento della produzione nel 2022, un boom dell’export di lane negli Stati Uniti e un forte incremento delle richieste dal settore dello streetwear, mentre predispone vari progetti con marchi scandinavi di outdoor.


Lo stand di The Woolmark Company a Milano Unica 35 - Photo: Laura Galbiati


“Dopo anni caratterizzati da inondazioni e siccità, gli allevamenti australiani ora stanno registrando un incremento della produzione di lana – che sostanzialmente consiste nella fase di tosatura – del 6% in questo primo semestre 2022 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente”, ha spiegato a FashionNetwork.com Francesco Magri, Regional Manager Europe, C&E di The Woolmark Company, incontrato in occasione del salone Milano Unica, in corso a Rho Fieramilano.
 
Il prezzo della lana è intanto tornato ai livelli del 2019. “Siamo più o meno sui 14-15 dollari al chilo, quindi la lana non è una delle materie prime che hanno subito rincari dovuti alle varie crisi internazionali geopolitiche, in quanto c’è un’ottima offerta, sia di qualità che quantità, e la richiesta è aumentata”, prosegue il dirigente italiano. “I marchi clienti chiedono sempre più materie prime long lasting per i loro capi, e la lana è proprio uno dei materiali che durano maggiormente nel tempo, e dei più sostenibili”.

Negli ultimi 5 anni sono stati soprattutto i brand dei segmenti sport e casual ad incrementare l’utilizzo della lana come ingrediente dei propri outfit, mixandola con altri materiali. “Fino a poco tempo fa coi materiali tecnici, oggi con altre materie prime naturali come il Tencel”, continua Francesco Magri. “Ora stiamo predisponendo un progetto in Scandinavia, un po’ la fucina delle tendenze dell’outdoor, con diversi brand nordici all natural”, rivela. “Sono tanti, infatti, i marchi che stanno abbandonando il poliestere, perché si sono resi conto che non è così eco-sostenibile per l’ambiente in quanto non può essere riciclato all’infinito, perché dopo due o tre ricicli la sua fibra si accorcia e non può più essere utilizzata, a differenza dei materiali naturali”.
 
Oltre ai driver di crescita caratterizzati dall’incrementata ricerca da parte delle aziende di moda e lusso di fibre al 100% naturali ed eco-sostenibili, dall’ottimo andamento del formalwear e dall’aumento dell’uso di lana nello sportswear e nell’abbigliamento informale, un altro mercato che si sta sviluppando per le fibre laniere è lo streetwear. “In passato le sue lavorazioni erano spesso improntate all’utilizzo di materiali di bassa qualità”, puntualizza Magri. “Oggi invece, tutti i pilastri dello streetwear classico, da Stüssy a Carhartt a Vans, stanno ascoltando le esigenze della Gen Z, che pretende materiali di origine naturale, quindi stiamo ricevendo tantissime richieste da questo settore”.
 
Con la Cina che si è dovuta richiudere in severi lockdown per la recrudescenza della pandemia, Magri riscontra nei mercati tradizionali le maggiori crescite: “C’è un fortissimo export di tessuti lanieri in America (soprattutto dall’Italia), grazie al favorevole cambio con l’euro, oggi a 1,02 dall’1,17 di un anno fa, che fa guadagnare un 15% agli americani. Inoltre, quei mercati che sembravano un po’ fermi, come Italia, Francia o Germania, vedono crescere la richiesta di lana merino, sia per l’abbigliamento classico, sia per l’outdoor”.
 
Si aggiunge a tutto questo il fatto che molte aziende hanno riportato la produzione in casa propria, o in nazioni più vicine all’Europa. “Oggi c’è un enorme shifting che dal Far East sta spostando le produzioni in Turchia e Portogallo”, riconosce infatti Magri. “The Woolmark Company sta collaborando con varie aziende portoghesi, un mondo sicuramente più ‘jerseysta’, per aiutarle sulle innovazioni di prodotto”.
 
Nel B2B sta crescendo tantissimo il mercato italiano, con le aziende del distretto biellese che hanno registrato complessivamente un +30% di fatturato nella maglieria rispetto al 2019 pre-Covid, conclude Francesco Magri.

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