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Versione italiana di
Laura Galbiati
Pubblicato il
30 nov 2022
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Studi e player del denim prevedono un rallentamento del settore nel 2023

Versione italiana di
Laura Galbiati
Pubblicato il
30 nov 2022

Il jeans, che da qualche anno sta vivendo un vero e proprio revival sulle passerelle delle Fashion Week, dovrebbe entrare in una fase discendente. Ad eccezione del segmento di fascia molto alta, che rappresenta una quota di mercato molto ridotta, le vendite hanno già iniziato a rallentare e il trend dovrebbe intensificarsi il prossimo anno, soprattutto negli Stati Uniti, uno dei mercati principali per i capi in tela blu.


Per rilanciare le vendite, i produttori puntano sulla sostenibilità, come in questo outfit realizzato in fibre riciclate dal colosso turco - Isko

 
Secondo un recente studio della società di consulenza Coresight Research, le vendite di denim dovrebbero infatti aumentare solo del 6% negli Stati Uniti quest'anno, contro una progressione del 18,8% nel 2021, e addirittura rallentare nel 2023.
 
L'inflazione, il recente sovra consumo per questo tipo di prodotto, ma anche il cambiamento delle abitudini di abbigliamento, con una preferenza per capi più destrutturati che hanno il vantaggio di essere più comodi, come i leggings, spiegano questa flessione.

“I consumatori europei e americani hanno in media tra le quattro e le sei paia di jeans nell’armadio, con alcune differenze a seconda del Paese; italiani e americani sono i più forniti, con una media di sei paia nel loro guardaroba. Notiamo inoltre che quasi la metà dei consumatori (e anche più della metà in Germania, Italia e Stati Uniti) dichiara di possedere almeno da cinque a dieci paia di jeans”, evidenzia lo studio.
 
Una constatazione dell'organizzatore del salone Première Vision in uno studio condotto nell'aprile 2022, nell'ambito della sua cattedra presso l'Institut Français de la Mode (IFM), sottolinea "che alla luce della crescente inflazione legata all'impennata dei costi dell'energia e delle materie prime e alle conseguenze del conflitto russo-ucraino, il consumo globale di moda non sta vivendo la ripresa sperata dopo la crisi sanitaria del 2020 e 2021".
 
“Il mercato del denim ha sempre avuto dei cicli. Ma oggi questi cicli si sono accorciati», ci spiega Fabio Adami Dalla Val, curatore di Denim Première Vision, che si è appena svolto a Milano. "Diversi produttori del Pakistan e del Bangladesh non hanno partecipato alla fiera perché al momento hanno un livello di ordini molto basso, soprattutto da parte dei loro clienti americani. La loro produzione è calata del 50%. È il mass-market ad essere in crisi, perché i negozi sono pieni e le vendite sono in forte calo. Inoltre ci sono problemi di approvvigionamento", sottolinea.
 
Secondo le stime di Première Vision, basate su dati Euromonitor, il consumo di jeans, che prima della crisi sanitaria tra il 2016 e il 2019 era aumentato di appena lo 0,7% negli Stati Uniti e diminuito del -4% in Francia e del -4,8% in Italia, ha registrato una forte crescita tra il 2020 e il 2021, con incrementi del 27% per gli Stati Uniti, del 14,6% per la Francia e del 10% per l'Italia. Ma questa ripresa è stata di breve durata.

Coresight Research stima che nel 2023 il denim deterrà una quota del 4,5% nel mercato complessivo dell'abbigliamento statunitense, rispetto al 5,5% rappresentato in precedenza. Secondo lo studio, il settore del denim dovrebbe tuttavia tornare crescere a negli Stati Uniti dal 2024 e per gli anni successivi, ma non dovrebbe recuperare la sua quota di mercato pre-pandemia "a causa di una maggiore progressione delle vendite di abbigliamento sportivo e della categoria athleisure".
 
Sempre secondo la società di consulenza, un altro dei motivi di questo calo è il fatto che i jeans sono percepiti più come un acquisto utilitario, piuttosto che come un prodotto di moda: il 58,5% delle persone intervistate nell’ambito dell’analisi ha dichiarato che la principale motivazione d’acquisto è quella di cambiare i jeans consumati.
 
Lo studio IFM x Première Vision evidenzia invece diverse motivazioni. Il comfort viene citato come primo criterio di acquisto, indipendentemente dal Paese, seguito da prezzo, qualità, stile, dal marchio e dalla sua capacità di essere eco-responsabile. Quest'ultimo elemento è più importante del brand in sé per i consumatori tedeschi e italiani, mentre viene dopo l'importanza del marchio per francesi, inglesi e americani.

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