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Pubblicato il
29 ott 2021
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Stefania Trenti (Intesa Sanpaolo): “Filiera Made in Italy snodo chiave per la vera sostenibilità. Il sistema moda soffre, ma con luci tra le ombre”

Pubblicato il
29 ott 2021

Stefania Trenti, Responsabile Ufficio Industry della Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo, esperta che da 24 anni studia il valore dei singoli comparti dell’industria italiana, ha presentato il consueto rapporto semestrale di analisi sui settori industriali italiani realizzato dall’istituto bancario di Torino insieme a Prometeia. Una mappatura dei distretti da cui è emerso che quello della moda è uno dei settori che hanno sofferto di più nel 2020 e stanno continuando a soffrire nel 2021, faticando a recuperare.

Stefania Trenti - Intesa Sanpaolo


“C’è stato un calo del fatturato a prezzi costanti superiore al 20% per il sistema moda nel 2020, mentre la media manifatturiera è stata di un -9,3%”, ha detto Trenti nel suo intervento all’edizione 2021 del Milano Fashion Global Summit (MFGS), giunto alla ventesima edizione. “Questo perché a differenza degli altri settori, il comparto moda non ha solo risentito di uno shock dell’offerta, con la chiusura degli impianti durante il lockdown primaverile, ma soprattutto di uno shock della domanda, con l’adozione delle misure di contenimento che hanno portato alla chiusura delle fasi distributive a valle e il blocco dei flussi turistici – non solo in Italia, naturalmente”.
 
Dalle stime di Intesa/Prometeia, nonostante tante misure governative di aiuto al tessuto produttivo, la percentuale delle imprese che hanno registrato un ROI negativo nel sistema moda è salita al 30%. “Come sempre nelle crisi, c’è anche qualcuno che è andato meglio”, prosegue la studiosa, “tutti quei player più radicati sui mercati asiatici o chi si basa su specializzazioni di prodotto più favorite in questo contesto (vestiti casual, sportswear o calzature sportive), sono coloro che hanno tenuto meglio in un contesto comunque negativo”.

Il 2021 è in recupero, nei primi 8 mesi c’è stato un rimbalzo di fatturato a prezzi correnti intorno al 19% del tessile-abbigliamento, “certo nella prima parte del 2021 la maggior parte degli effetti di freno erano ancora presenti”, spiega Trenti. “Perciò si tratta di una ripresa più lenta di quanto vediamo nelle altre filiere. Nelle nostre stime, il manifatturiero italiano riuscirà a ripianare pienamente le perdite quest’anno, mentre il sistema moda, nonostante una crescita superiore al 20% nel 2021, vedrà il recupero pieno dei livelli di fatturati del 2019 spostato al prossimo anno”. 
 
Sui mercati esteri, il trend delle esportazioni di moda italiana è stato molto vivace, ed era già iniziato per alcuni prodotti a fine 2020, una tendenza guidata dai mercati asiatici e in parte dagli USA. Il comparto dell’oreficeria fa eccezione, tanto da aver realizzato un boom delle vendite sui mercati internazionali, risultando dunque l’unico che nell’ambito moda abbia già recuperato i livelli pre-2020.
 
Semopre secondo l’indagine, se guardiamo alla concorrenza estera, il sistema moda della Francia (filiera della pelle compresa) ha già recuperato i livelli di export persi nel corso del 2020, soprattutto trainata dalla pelletteria presso l’area asiatica, “la quale, lo ricordiamo, ha una sottostante e rilevantissima produzione manifatturiera Made in Italy alle spalle”, tiene a specificare Stefania Trenti. I concorrenti spagnoli invece non se la stanno cavando particolarmente bene, con un ritardo più significativo in alcuni tipi di produzioni rispetto al Made in Italy.
 
Un Fatto in Italia basato sui distretti, nei quali appaiono anche in questo caso luci ed ombre. “In particolare la filiera a monte del tessile soffre perché molti produttori a valle sono in difficoltà, come l’abbigliamento spagnolo, francese o tedesco, ma in altri casi essa sta registrando buoni andamenti. Non solo l’oreficeria di Vicenza ed Arezzo, ma anche la maglieria in cashmere di lusso del distretto di Perugia, sono distretti che hanno recuperato le perdite causate dalla pandemia e superato i livelli del 2019”, ha spiegato.

Un momento dell'intervento di Stefania Trenti


Le difficoltà nella loro operatività che molte PMI della filiera stanno attraversando in questa fase storica in un sistema così competitivo - vuoi per i costi incrementati per ottenere certificazioni di sostenibilità, vuoi per affrontare bene il mondo digitale, vuoi per altri fattori legati ai problemi internazionali di crisi dei container, della fornitura di materie prime e di supply chain - sembrano portare i sistemi di moda, lusso e bellezza verso numerose aggregazioni.
 
Un problema, quello delle dimensioni delle aziende, che durante il MFGS è stato toccato già da Patrizio Bertelli (Prada) e Carlo Piacenza (Piacenza Cashmere), ma che per una economista industriale come Stefania Trenti “è IL tema”, dice perentoria l’analista, “soprattutto per chi come noi si occupa da sempre di Made in Italy, universo molto vario e diversificato. Nella moda in particolare c’è da sempre la localizzazione della produzione in aree e distretti specifici. Un ambito che include anche player di medie dimensioni, che però nella loro nicchia di mercato risultano grandi. Per loro si tratta di capire se gli sia utile uscire da questa nicchia di forte specializzazione o cercare di ampliarsi magari aggiungendo altri tipi di produzioni”.
 
“Al riguardo mi trovo d’accordo con la posizione di Carlo Piacenza”, ha proseguito l’esperta. “non esiste una dimensione ottimale e una strategia buona per tutti. Negli ultimi anni c’è chi si è trovato bene anche lavorando solamente su business di dimensioni medie, puntando su qualità ed eccellenza nella produzione e in tutte le altre funzioni aziendali. Tutte caratteristiche che fanno grande il Made in Italy e che possono trarre altri benefici dall’adozione della digitalizzazione, in grado di efficientare la gestione dei passaggi intra-filiera”.
 
“Considerando i due grandi asset che caratterizzano il contesto industriale in questo momento storico - digitalizzazione e sostenibilità”, ha proseguito l’economista, “tutti i player dello stratificato, corposo ed estremamente variegato universo dei fornitori del Made in Italy a monte della filiera (tacchifici, bottonifici, aziende chimiche o fornitrici di parti in plastica, vetro, e così via), composta da circa 80.000 addetti operanti in oltre 1.600 imprese (solo al primo livello di filiera, dunque), rappresentano uno snodo chiave che non si può fare a meno di coinvolgere. Senza dei fornitori sostenibili, le aziende a valle del comparto non possono pensare di realizzare vera sostenibilità”, ha concluso Stefania Trenti.

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