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Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
11 lug 2022
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3 minuti
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Sri Lanka: il default del dodicesimo fornitore d’abbigliamento di USA e UE

Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
11 lug 2022

Dodicesimo fornitore dell'Unione Europea e degli Stati Uniti nel settore dell'abbigliamento, lo Sri Lanka è in bancarotta. La crisi economica ha colpito duramente il Paese asiatico. Aumentano le carenze di beni essenziali, in un momento in cui la nazione con capitale Colombo può importare idrocarburi, generi alimentari o medicinali solo con grande difficoltà. I produttori locali devono dunque fare i conti con il moltiplicarsi delle interruzioni di corrente elettrica (in alcune zone ne viene interrotta la fornitura per più di dieci ore al giorno) e una rete logistica fortemente ristretta. Senza contare che nel Paese non c’è quasi più benzina.

Shutterstock


A poco più di tre mesi dall'accelerazione dei problemi (fu ad aprile che la banca centrale dello Sri Lanka aveva dichiarato il default e di non poter più pagare il proprio debito ai creditori internazionali, ndr.), martedì 5 luglio il premier Ranil Wickremesinghe ha indicato al parlamento locale che la crisi potrebbe essere di lungo periodo, mentre le trattative con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) sembrerebbero rivelarsi particolarmente difficili per la nazione del sud-est asiatico. Una ristrutturazione entro agosto del debito pubblico, stimato in 51 miliardi di dollari (più della metà del PIL nazionale), sarebbe uno dei prerequisiti per ottenere un sostegno più ampio.
 
A livello locale il potere d'acquisto sarebbe diminuito del 50%, mentre le istituzioni governative e le scuole “non essenziali” avrebbero chiuso per un periodo rinnovabile. Si stima che l'80% della popolazione stia saltando i pasti di fronte all’aggravarsi delle penurie di cibo, con la cronica mancanza di valuta estera che rende ormai quasi impossibili le importazioni e ha condotto ad un’inflazione dilagante. Nel disperato tentativo di far affluire valuta straniera, il Paese ha recentemente abbassato l'età in cui le donne dello Sri Lanka possono lavorare all'estero da 23 a 21 anni.

Una situazione che ovviamente non manca di sconvolgere l'industria locale del tessile-abbigliamento, che genera ufficialmente quasi il 5% degli impieghi del Paese, ovvero quasi 350.000 posti di lavoro, grazie a poco più di mille tra produttori e trasformatori locali. La Sri Lanka Apparel Exporters Association (SLAEA), che sostiene di comprendere il 70% dell'industria locale, sottolinea nei suoi dati che le difficoltà nazionali si stanno verificando in piena fase di rilancio del settore.

Paese strategico per l'abbigliamento occidentale

Nel periodo gennaio-maggio 2022, il Paese ha esportato capi di abbigliamento per un valore di 2,25 miliardi di dollari, superando i 2,1 miliardi dello stesso periodo del 2019 (ma ricordiamo che le cifre erano scese a 1,4 e 1,9 miliardi nei due anni successivi). Circa cinquanta organizzazioni locali e internazionali lo scorso anno hanno lanciato l'allarme sulle condizioni in cui operano i lavoratori locali.

Lo Sri Lanka lo scorso anno era il 12° fornitore d'abbigliamento dell'Unione Europea - IFM


Con una predilezione per i prodotti in maglia piuttosto che per i tessuti, il settore dell'abbigliamento dello Sri Lanka si è particolarmente distinto nel campo della lingerie, dell'intimo e dell'homewear. Un altro organismo di rappresentanza locale, il Joint Apparel Association Forum, indica che la filiera srilankese rifornisce in particolare H&M, Nike, Uniqlo, Levi's, Gap, Decathlon, Columbia, Tommy Hilfiger, Speedo e Victoria's Secret. In una recente intervista al Daily Mirror, il presidente di Calzedonia, Sandro Veronesi, ha indicato che 13.000 persone lavorano in loco per il marchio italiano attraverso una cinquantina di partner locali.

Lo Sri Lanka fu uno dei grandi vincitori della situazione creatasi dopo l’aumento del salario minimo praticato dalla Cina alla fine degli anni 2000. La decisione di Pechino aveva portato allo spostamento degli ordini esteri verso altri Paesi dell'area. Paesi in cui anche gli stessi produttori tessili cinesi hanno poi investito molto. Lo Sri Lanka è così diventato uno dei primi 15 fornitori di abbigliamento dell’Occidente. Il principale cliente del Paese sono gli Stati Uniti, che hanno importato vestiti confezionati in Sri Lanka per un valore di 966 milioni di dollari nei primi cinque mesi del 2022 e 1,74 miliardi di dollari nell'intero 2021 (+18,6%), posizionando il Paese al 12° posto tra i fornitori dello Zio Sam.

Segue l'Unione Europea, con 650 milioni di dollari nello stesso periodo. Il Vecchio Continente sorveglia molto da vicino la situazione dello Sri Lanka, nazione che lo scorso anno è risalita al dodicesimo posto tra i fornitori di abbigliamento dell'UE. Il Paese ha esportato in Europa capi di abbigliamento per un valore di 1,19 miliardi di euro nel 2021, per un aumento del 15% delle sue esportazioni verso il continente. Come le Filippine, la Bolivia e l'Uzbekistan, lo Sri Lanka beneficia alle porte dell'Europa di vantaggi doganali legati al programma GSP+ (Generalized Scheme of Preferences o Sistema Generalizzato delle Preferenze), regime che accorda ulteriori concessioni commerciali alle nazioni vulnerabili.

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