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SMI: causa pandemia, la moda italiana ha perso 3,5 miliardi di euro nel 1° trimestre

Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
11 mag 2020
Tempo di lettura
3 minuti
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È abbastanza negativo il bilancio ricavato dalla moda italiana all’uscita del periodo di contenimento. In occasione di una videoconferenza, l’associazione Sistema Moda Italia (SMI), che pesa per il 55% all’interno di Confindustria Moda, ha presentato questo lunedì uno studio sull'impatto che la crisi del Covid-19 ha finora avuto sull'intero settore. Il Made in Italy ha perso oltre 3,5 miliardi di euro in termini di fatturato nel 1° trimestre del 2020.

L'Estate 2020 come la vede il brand MSGM - msgm.it


Fra tutte le aziende sentite per realizzare lo studio, il 49% ha registrato un calo degli ordini tra il 20 e il 50% rispetto allo stesso periodo di un anno prima, e il 29% di esse una diminuzione dal 10 al 20% dei loro ordini. Queste sono le cifre comunicate dal presidente di SMI, Marino Vago, che ha dichiarato di aspettarsi un calo ancora più marcato nel resto dell'anno.
 
Secondo le stime di Sistema Moda Italia, l’export, che rappresenta un po’ la locomotiva del tessile-abbigliamento italiano, potrebbe scendere del 20% nel 2020, l'equivalente di una perdita pari a 6 miliardi di euro. Se prendiamo in considerazione le ripercussioni di questo calo delle esportazioni sull'intera catena di produzione, l'intero comparto potrebbe subire una perdita di fatturato compresa tra 7 e 9 miliardi di euro.

Tra il 7 e il 17 aprile, periodo in cui sono state interpellate, il 76% delle aziende hanno riferito di essere ancora chiuse, mentre il 24% di esse proseguiva solo alcune attività amministrative e di e-commerce. Da notare che il 13% è stato in grado di convertire la produzione per creare dispositivi di protezione personale (mascherine, camici, ecc.). “Sono stati effettuati degli investimenti per questa conversione, che potrebbe trasformarsi in un business per le aziende vista l'elevata domanda di mascherine che ci sarà nei prossimi mesi”, ha commentato a tale proposito il Direttore Generale di SMI, Gianfranco Di Natale.
 
Circa il 95% delle aziende interrogate ha fatto ricorso agli ammortizzatori sociali, in particolare la cassa integrazione, e per il 65% di esse queste misure hanno interessato oltre l’80% dei loro dipendenti. In effetti, la richiesta prioritaria rivolta dagli imprenditori della moda italiana al governo è un aiuto in termini di ammortizzatori sociali, il che rappresenta la testimonianza, per i leader della federazione, “della reale volontà di salvaguardare la forza lavoro del Made in Italy”.
 
Seconda tra le richieste delle aziende c’è l’esigenza di “politiche di garanzia di liquidità” in altre parole, maggiore facilità di accesso ai prestiti, seguita da “politiche fiscali”. “Se il governo si astenesse dal chiedere nei prossimi mesi l’acconto fiscale sui futuri profitti delle imprese, ciò consentirebbe loro di iniettare immediatamente risorse nella filiera, permettendo così il pagamento dei fornitori, ecc., e creando un circolo virtuoso”, nota Marino Vago.

Il presidente di SMI, Marino Vago, durante la conferenza - ph Dominique Muret


Tra i principali problemi causati dalla crisi del coronavirus, gli imprenditori del Made in Italy pongono in testa alle loro preoccupazioni “i rapporti coi loro clienti”, in altre parole il deterioramento delle relazioni tra le diverse aziende a monte e a valle all’interno dell’intera catena produttiva, con l’esistenza di abusi, in particolare, come sottolineano i dirigenti di Sistema Moda Italia, da parte dei grandi gruppi, che sfruttano la loro posizione dominante.
 
I problemi finanziari e di liquidità arrivano solamente in seconda posizione, seguiti dalla pesantezza della burocrazia e dalle cancellazioni delle principali fiere di settore e di altre manifestazioni. Questo rimpianto è interpretato positivamente da SMI, che vede in quest'ultima preoccupazione un segno di ottimismo da parte delle imprese italiane, “che vogliono andare avanti nonostante la situazione”.
 
Tuttavia, Marino Vago ha criticato durante la conferenza la mancanza di coesione tra le varie aziende e distretti italiani, che ancora una volta hanno espresso voci discordanti invece di apparire uniti. Vago ha anche messo in evidenza la distribuzione irregolare del valore lungo tutta la catena di produzione, che spesso penalizza le industrie a monte, come i tessitori.

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