Si è concluso un 2018 doloroso per molte aziende di moda francesi

Sebbene il settore dell'abbigliamento in Francia abbia già sperimentato parecchie volte negli ultimi anni l’adozione di piani sociali di tutela dei lavoratori, il 2018 è stato un anno particolarmente doloroso, in cui si sono concentrate numerose ristrutturazioni aziendali, e si è ridotta notevolmente la portata di tante aziende di moda transalpine. Questa serie di licenziamenti rimarrà circoscritta a questo periodo, si normalizzerà o addirittura si intensificherà?

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“A differenza del cibo o dell'elettronica, il mercato mondiale dell’abbigliamento è uno dei più frammentati”, è la constatazione di Yves Marin, partner della società di consulenza Bartle, e specialista del retail. “Il comparto comprende moltissimi attori, perché lanciarsi nel prêt-à-porter presenta pochi ostacoli d’ingresso. Strutturalmente, il mercato francese è in fase di scrematura. Dal 2008, la tendenza dei consumi si è invertita e il vestito ha sempre più perduto il proprio valore di status symbol, rispetto allo smartphone, per esempio”.
 
Cambiamenti sostanziali, che costringono i gruppi a rivedere la loro rete, se non addirittura il loro modello operativo. Il 2018 è cominciato innanzitutto con l’incertezza mostrata da Pimkie: dopo che appena prima del Natale 2017 la direzione aveva annunciato un progetto di risoluzione contrattuale collettiva, alla fine è stato messo in piedi un piano di licenziamento volontario classico con l'obiettivo di eliminare 208 posti di lavoro su 1.900, pari a poco più del 10% dei dipendenti della catena di moda femminile di Villeneuve d’Ascq. I termini delle partenze sono ancora in fase di negoziazione con i rappresentanti del personale.
 
Anche un altro attore del settore con sede nel Nord della Francia, il gruppo Happychic (Jules, Brice, Bizzbee) ha dato il via ad una ristrutturazione, ufficializzando in luglio di voler licenziare 466 persone (su circa 3.200 dipendenti) e di creare un marchio maschile risultante dalla fusione delle insegne Jules e Brice. Un accordo di maggioranza è stato appena firmato tra la direzione e i sindacati per l'attuazione di un PSE (il piano sociale francese di salvaguardia dell’impiego, ndr.) nel 2019.
 
In autunno, sono venuti alla luce altri due fallimenti di storici gruppi francesi di vendita al dettaglio. Prima di tutto ha ceduto il bretone Beaumanoir, che ha deciso di chiudere il suo marchio di moda dedicato alle signore di più di 50 anni Scottage e nello stesso tempo di istituire un PSE che interessa 142 dipendenti. “Sebbene siano stati investiti 30 milioni di euro per sostenerlo negli ultimi cinque anni, [il brand] non smette di registrare perdite sempre più significative, con un’accelerazione dal 2015. Solo lo scorso anno, Scottage ha perso oltre 5 milioni di euro”, si è giustificata in novembre la direzione di Beaumanoir. In seguito è stato il gruppo Eram a confermare l’intenzione di chiudere 96 negozi dei suoi brand Heyraud e Texto, e di eliminare 274 posti di lavoro.

Il marchio di calzature d'alta gamma Heyraud perderà più dei due terzi del suo network di negozi, che per ora è composto da 45 punti vendita - Groupe Eram

Infine, la settimana prima di Natale, il gruppo Défi Mode, con sede a Brioude, nell’Alta Loira, ha annunciato direttamente la cessazione dell’attività, e dunque la chiusura dei suoi 60 negozi e il licenziamento dei suoi 220 dipendenti nel primo semestre del 2019, dopo aver già messo in pratica due ondate di licenziamenti nel 2015 e nel 2016.
 
Ai grossi problemi di queste catene francesi si sono aggiunte quest'anno le battute d'arresto dell’azienda americana Forever 21 e di quella britannica New Look nell’Esagono. La prima abbandonerà il mercato francese all’inizio del 2019 dopo aver chiuso i quattro negozi che possedeva in Francia, con i 150 dipendenti che non conoscono ancora il loro destino. Quanto alla seconda, a settembre era stato annunciato un PSE che avrebbe dovuto interessare 262 persone, ma il piano è stato definitivamente abbandonato a dicembre, e si è puntato ad un ridimensionamento della filiale francese, che probabilmente porterà comunque ad un taglio dei dipendenti, secondo una fonte interna.
 
Gli elementi che possano portare a sperare che questa spirale sociale discendente dia tregua al settore sono difficili da trovare. Dal 2007, i distributori hanno perso il 15,1% del loro fatturato, secondo l’Institut Français de la Mode (IFM), mentre diversi nuovi marchi internazionali e retailer che vendono online sono venuti alla ribalta per conquistarsi la loro fetta della torta. “Questo calo delle vendite ha accentuato il fenomeno darwiniano della selezione naturale e sfortunatamente ciò continuerà. Non si potrà sfuggire ad ulteriori ristrutturazioni nel settore della moda, determinate da un effetto forbice sfavorevole tra l’offerta, sovradimensionata, e la domanda, poiché il budget riservato agli acquisti di abbigliamento nei nuclei familiari si riduce, a vantaggio delle spese per cultura, tempo libero/intrattenimenti o prodotti multimediali”, preconizza Yves Marin. Dopo un’annata 2018 che ha presentato una diminuzione del -2,9% dei consumi di prodotti moda in Francia, l’IFM anticipa un’ulteriore contrazione dello 0,9% l’anno prossimo. Una prospettiva che fa sorgere spontanea una domanda: a medio termine, chi saranno gli attori che sapranno emergere come leader da questo doloroso periodo di cambiamento?

Versione italiana di Gianluca Bolelli

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