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Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
17 nov 2021
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7 minuti
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Shein: l'ONG Public Eye rivela i retroscena non certo brillanti dietro al successo del brand

Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
17 nov 2021

Alla fine del 2020, l'ONG svizzera Public Eye cercava informazioni sull'origine dei prodotti del marchio di moda low cost Shein. Oggi pubblica una prima indagine che fa luce su una strategia di approvvigionamento in quantità ridotte, effettuata su richiesta da strutture più piccole del previsto, in locali con pochissime garanzie di sicurezza, e dove le settimane lavorative possono superare le 75 ore. Contattata da FashionNetwork, la società Shein finora non ha voluto commentare i risultati emersi dal rapporto.

Il ritmo e la varietà degli ordini imporrebbero ai fornitori di Shein di avere un certo livello di esperienza e know-how - Public Eye


Secondo Kantar, nel giro di un anno il marchio Shein ha conquistato la sesta posizione assoluta fra i venditori di abbigliamento online nel mercato francese, dietro Zalando, Amazon, Vinted, Veepee e ShowroomPrivé. Sostanzialmente sconosciuto al grande pubblico, il sito riscuote un'incredibile popolarità tra adolescenti e giovani adulti, con la sua moda a basso costo in stile Aliexpress, la cui casa madre, la cinese Alibaba, ha anche lanciato il portale AllyLikes, ideato proprio per contrastare la forte crescita del suo sfidante.
 
È in questo contesto che Public Eye, ONG svizzera attiva da 50 anni la cui missione è far luce sulle zone grigie del commercio internazionale, e che già si trovava con Amnesty International dietro alla campagna "#PayYourWorkers", indica di aver avviato alla fine dell'anno scorso delle indagini sull'origine dei capi venduti. Attraverso le organizzazioni di difesa dei lavoratori operanti in Cina, sono stati individuati 17 fornitori Shein nella città di Guangzhou, imprescindibile roccaforte del tessile-abbigliamento a nord di Hong Kong. Sono stati intervistati dieci lavoratori, tra cui sette donne, che operano in sei stabilimenti in posizioni che vanno dal cucito al taglio, compreso il controllo qualità, l'imballaggio e la stiratura.

Dipendenti che lavorano per la loro azienda da meno di un anno e provengono tutti da altre province. Come spesso accade nell'industria tessile cinese, i produttori utilizzano schiere di lavoratori provenienti dalle province, dove i salari sono i più bassi. Prima di tornare alle loro famiglie, questi lavoratori non hanno altro obiettivo che generare più reddito possibile. Infatti, in tre degli stabilimenti segnalati, l'orario di lavoro settimanale medio sarebbe di 75 ore.

I fornitori visitati avrebbero gravi lacune di sicurezza negli edifici, immobili inizialmente dedicati all'edilizia abitativa - Public Eye


Un dato che sarebbe in contraddizione con il codice di condotta pubblicato lo scorso settembre da Shein applicato ai propri fornitori. Ma anche in opposizione alla stessa legge cinese, che prevede un massimo di 40 ore settimanali e 36 ore di straordinario al mese. Lavorando in questo modo “per due”, i testimoni interpellati, che vengono pagati a pezzo, guadagnerebbero circa 10.000 yuan (1.370 euro) nei mesi in cui la domanda è alta.
 
Fabbriche poco sicure, produzioni corte, capi molto diversi
 
L'indagine di Public Eye solleva anche la questione della sicurezza dei siti produttivi. Nel distretto di Panyu, il cosiddetto “villaggio di Nancun” da solo riunisce in pochi vicoli più di dieci unità produttive, dislocate in vecchi condomini. Secondo uno dei proprietari della fabbrica consultati, l'intero villaggio produrrebbe per Zoetop, la società madre di Shein. “La nostra giornalista d’inchiesta è sorpresa, perché questo tipo di piccolo laboratorio informale normalmente produce vestiti per i mercati locali. I gruppi che distribuiscono a livello internazionale generalmente preferiscono fabbriche più grandi e meglio regolamentate”, ha affermato Public Eye.
 
All'interno di queste fabbrichette, corridoi e scale sono ingombri di borse e rotoli di tessuto. Un problema in caso di evacuazione per un incendio, tanto più in assenza di un’uscita di emergenza, e visto che le finestre dei piani sono dotate di grate. E questo anche se uno dei siti, che darebbe lavoro a più di 200 persone attraverso unità produttive accatastate su sette piani, si dichiarasse tramite vari striscioni il “principale fornitore di Zoetop”, con 1,2 milioni di pezzi forniti al mese. Condizioni che istintivamente rievocano tra i committenti i parametri d’attività che altrove hanno portato a disastri e crolli come quello del Rana Plaza nel 2013 in Bangladesh.

Secondo i dipendenti intervistati, Shein ordina raramente più di 200 pezzi di un singolo modello - Public Eye


Uno strumento produttivo che però non è privo di modernità: Shein farebbe circolare i suoi bandi di gara tramite WeChat, la maxi-applicazione cinese utilizzata per tutto (commercio, pagamenti, social network, incontri, ecc.). Gli ordini fino a 100 o 200 pezzi devono essere consegnati in tempi stretti. Shein adatterebbe le quantità in base alle dichiarazioni giornaliere della forza lavoro presente rilasciate dalle fabbriche. Il ricorso preferibilmente a personale esperto piuttosto che junior sarebbe quindi legato alla necessità di disporre di squadre di lavoratori in grado di operare su una rapida successione di pezzi che richiedono competenze diverse.
 
“Costante calo del pagamento al pezzo”
 
Interrogate a Nancun o nel vicino sito dell'Honghui Properties Building, le operatrici di Shein sono preoccupate per il mancato pagamento dei contributi previdenziali. Eppure sarebbe imposto dalla legge. “La maggior parte degli intervistati sarebbe, in una certa misura, soddisfatta del proprio lavoro”, afferma il rapporto, ma una sua autrice precisa: “Però non credo che si pongano troppe domande a questo riguardo”. Degli specialisti locali della produzione confermano che la grande precarietà del settore tessile cinese lascia loro poche possibilità di trovare un posto altrove, anche per i lavoratori tessili esperti richiesti dal modello di Shein.
 
“Ciò che preoccupa soprattutto i lavoratori intervistati è il costante calo del pagamento al pezzo negli ultimi tempi”, si legge nel rapporto. “E gli articoli cuciti in questo laboratorio sono sempre più complicati. Gli ordini semplici vengono sempre più esternalizzati in altre province, come Jiangxi, Guangxi o Hunan, dove i salari sono più bassi. Davanti all’edificio è parcheggiato un minibus con i nomi di vari distretti della provincia di Jiangxi scritti sulle fiancate: una sorta di taxi collettivo per tessuti pretagliati destinati ad essere assemblati nell'entroterra. A quali condizioni e per quale salario? Impossibile saperlo”.

Shein indicizzerebbe le quantità ordinate sul numero di lavoratori presenti, comunicato giornalmente dai suoi fornitori - Public Eye


A proposito di Shein, la stampa cinese afferma che il marchio si basa essenzialmente su 300-400 “fornitori principali” nel distretto di Panyu, a cui vanno aggiunti i subappaltatori di quest'ultimo. Sebbene su questi argomenti Shein citi ufficialmente un programma di audit, Public Eye indica di non averne trovato alcuna testimonianza. D'altra parte, il rapporto precisa di aver trovato una traccia di un salario minimo garantito, affissa su uno dei siti visitati: 55 euro il taglio, 69 euro il confezionamento, 96 euro la stiratura.
 
“Chiunque si aspettasse, visti i prezzi di Shein, salari estremamente bassi nei siti produttivi, potrebbe a prima vista rimanere sorpreso: realizzando abiti per il colosso cinese, si possono guadagnare più di 5.410 yuan al mese, cifra che corrisponde al salario dignitoso di sussistenza calcolato dall'Asia Floor Wage Alliance, una federazione di sindacati e organizzazioni della società civile dei paesi del Sud”, conclude il rapporto, sottolineando però come il dato sia fuorviante, perché in realtà questo reddito corrisponde a due lavori. “Shein approfitta sistematicamente del fatto che questi lavoratori e lavoratrici sono disposti a rinunciare a un minimo di sicurezza, libertà e qualità della vita, per mancanza di alternative”.
 
All’inizio chiamata "Sheinside", la piattaforma è stata fondata in Cina da Chris Xu nel 2008. Abbreviata in Shein nel 2015, ha fatto entrare diversi fondi nel suo capitale (tra cui Sequoia o IDG Capital) e ha visto le sue vendite mondiali più che raddoppiare ogni anno, raggiungendo i 10 miliardi di dollari nel 2020 (8,5 miliardi di euro), secondo Forbes. Negli Stati Uniti, suo primo mercato mondiale, Shein è andata al comando a giugno della classifica delle applicazioni di shopping più scaricate su IOS, davanti ad Amazon; e recentemente ha smentito la voce del proprio ingresso in Borsa che circolava tra gli investitori cinesi.

Ma qual è la ricetta del suo successo? Presente online in 220 nazioni (ma paradossalmente molto poco conosciuta dai clienti cinesi), l'azienda con 10.000 dipendenti è orgogliosa di offrire “a donne e adolescenti l'opportunità di permettersi le ultime tendenze a prezzi democratici”. Prezzi aggressivi (da 4 euro per un top, e 7 euro per un vestito) e consegna gratuita oltre 39 euro di ordine in molti Paesi; però una selva di codici promozionali spesso permette di far abbassare il conto o di rendere la spedizione gratuita. Anche i resi sono presi in carico dal sito. Ottimo per attirare chi ha pochi soldi e gli appassionati di buoni affari.

Una creazione del brand Flaws of Couture, recentemente vincitore del programma Shein X - Shein


Sul suo sito web, l'azienda afferma che essa e i suoi partner trattano bene i propri dipendenti e non utilizzano lavoro forzato o minorile, senza fornire dettagli sulle fabbriche in questione, occupandosi di individuare i look più alla moda e di “lanciarli velocemente sul mercato” grazie a un’armata di fornitori sul posto, nella zona di Nanchino. Afferma inoltre che oltre il 60% dei suoi prodotti contiene fibre riciclate (senza specificare in quale quantità). I suoi outfit trendy a volte somigliano un po' troppo a modelli di altri brand o di giovani designer: infatti Shein viene regolarmente accusato sui social di aver copiato o addirittura contraffatto dei vestiti. Ma il suo potere di comunicazione su Internet è incomparabile. Altamente mirate (grazie a un potente algoritmo) e onnipresenti, le sue pubblicità inondano i social network, Tik Tok e Instagram in testa, e i siti web.
 
Dopo aver lanciato la label Shein Premium per salire un po’ di gamma, e aver organizzato una sfilata a margine della Fashion Week di Parigi lo scorso autunno, l’azienda cinese ha anche lanciato nella primavera del 2021 il programma Shein X per promuovere i giovani stilisti in erba, assegnato nella sua prima edizione al marchio grandi taglie Flaws of Couture, dell’influencer canadese Sasha Ruddock, che ha vinto 100.000 dollari e una collaborazione con Shein. Il programma intende supportare 50 nuovi designer ogni mese. Un modo intelligente ed economico per captare la creatività dei giovani stilisti, i quali ricevono una percentuale sulle vendite dei loro progetti, che Shein si occupa di realizzare e commercializzare. Non solo un modo per mettere in risalto la creazione giovane, dunque, ma anche un’altra strada scelta da Shein per arricchire l’offerta già pletorica del suo sito.

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