Sagripanti: "Il calzaturiero, una scommessa da vincere"

E' stata presentata il 9 giugno, durante l’assemblea annuale di Assocalzaturifici a Milano, la relazione sullo stato di salute del settore calzaturiero italiano, alla presenza del presidente di Confindustria Giorgio Squinzi. “Dobbiamo convincere l’Europa che il calzaturiero è un settore su cui vale la pena scommettere e l’Italia che il calzaturiero è una scommessa che va vinta”. Spiega così Cleto Sagripanti lo spirito con il quale nel suo quadriennio di presidenza ha condotto Assocalzaturifici, l’Associazione di Confindustria che riunisce le aziende del settore calzaturiero e che ha affrontato in questi ultimi anni situazioni congiunturali molto complesse, ma che ha anche ottenuto importanti riconoscimenti nonché risultati significativi nella sua azione duplice di lobby per il settore e di servizio per gli associati, portando avanti soprattutto la dura battaglia per l’etichettatura di origine obbligatoria.

 
Cleto Sagripanti  Foto: Adnkronos

“Non c’è alternativa per il nostro Paese, se vuole tornare ad essere un soggetto economico importante in ambito europeo e internazionale. Ma è una politica che la stessa Europa deve convincersi a sostenere senza indugi e contraddizioni: attuare "Horizon 2020", ovvero l’ampliamento della quota dell’industria manifatturiera al 20% del PIL europeo, è obiettivo ambizioso, ma possibile se tutti remiamo dalla stessa parte”.
 
Nel tracciare un bilancio del suo mandato, il presidente Sagripanti (che sarà sostituito alla guida dell'associazione da Annarita Pilotti, AD della fermana Loriblu) ha spiegato le direttrici dell’azione di Assocalzaturifici, che si basano su tre elementi: recupero della filiera, rientro delle produzioni in Italia o back-reshoring, internazionalizzazione.
 
Recupero della filiera
I segni della ripresa che, a livello di economia nazionale, hanno cominciato a manifestarsi – grazie soprattutto al crollo del prezzo del petrolio e alla svalutazione del cambio dell’euro – ancora non si scorgono per il calzaturiero, che ha visto aprirsi il 2015 con la conferma delle difficoltà che avevano caratterizzato l’anno precedente. Nella consueta indagine dell’Ufficio Studi di Assocalzaturifici, nel primo trimestre la produzione è infatti stimata in calo del 3,5% in quantità e dell’1,8% in termini di valore. Una tendenza negativa che non solo conferma il calo già registrato nel 2014, ma che rappresenta una situazione maggioritaria tra le imprese: 6 aziende su 10, tra quelle intervistate, hanno sperimentato un calo dell’output.

Un dato, questo del primo trimestre, che sembra ricalcare l’andamento della fine dello scorso anno, chiuso con un decremento produttivo che ha portato la produzione nazionale di poco sotto la soglia dei 200 milioni di paia (197 milioni, pari al -2,5% sul 2013), per 7,53 miliardi di euro (+0,8%).
 
Una conferma, seppure è ancora prematuro dire se si tratta di una tendenza o di un rimbalzo statistico, viene dal numero di occupati, che nel primo trimestre 2015 mostra un saldo attivo di 246 unità (+0,3%), probabilmente favorito anche dall’entrata in vigore delle misure del "Jobs Act". Frena poi considerevolmente (-43%) il numero di ore di Cassa Integrazione Guadagni autorizzate nell’Area Pelle, un altro dato positivo, seppure anch’esso prematuro da giudicare.
 
Rientro delle produzioni in Italia, o back-reshoring
Il back-reshoring rappresenta oggi un’opportunità ma per far sì che questa non sia solo un’ondata occasionale, favorita dal ridimensionamento dei fattori di costo che avevano portato tanti gruppi del fashion in Estremo Oriente, occorre lavorare con politiche integrate per la filiera e per l’impresa.

I dati del primo trimestre 2015, seppure positivi per quanto riguarda gli addetti, dicono che è continuato il processo di selezione tra le imprese: 66 chiusure di calzaturifici da dicembre a marzo, pari al -1,3%. Per la prima volta il numero di aziende attive è sceso sotto le 5.000 unità (4.965) dopo che già lo scorso anno si era chiuso con un calo del 3%, anche in seguito alla difficoltà di alcuni mercati cruciali, Russia e area CSI, che rappresentano per alcune imprese italiane una quota importante del fatturato. Per ridare competitività alle imprese, soprattutto in questi momenti congiunturali, occorre un riallineamento del costo del lavoro e del cuneo fiscale rispetto agli standard competitivi europei.


Un altro elemento cruciale per Assocalzaturifici è legato alla capacità delle imprese italiane di innovare il prodotto come nessuna altra industria calzaturiera al mondo. Basti ricordare che l’industria calzaturiera italiana rappresenta il 33,4% delle calzature prodotte in Europa in termini di volume e oltre il 50% in termini di valore e che siamo il Paese che, a livello mondiale, esporta prodotti di più alto valore aggiunto, staccando nettamente tutti gli altri competitor con un prezzo medio al paio di oltre 48 dollari. Un prodotto che ci porta a essere il secondo esportatore mondiale, in valore, dietro alla Cina.
 
Internazionalizzazione
Le esportazioni hanno da diverse stagioni sostenuto il sistema calzaturiero italiano. Alle ormai purtroppo radicate difficoltà sul fronte interno (gli acquisti delle famiglie hanno subìto un’ulteriore contrazione del 2,9% in quantità e del 7,2% in termini di spesa) si sono aggiunte le conseguenze della crisi Russia-Ucraina. Lo scorso anno assieme al rallentamento dei flussi verso il Giappone (-4,9% in quantità), il crollo delle esportazioni verso l’ex Unione Sovietica (-20% in volume e -22,4% in valore) ha fortemente penalizzato le performance complessive dell’export italiano.

Le vendite extra-UE, vero traino del settore negli anni recenti, hanno chiuso il 2014 con un decremento in quantità (-3,1%): non accadeva dal 2009, l’anno della crisi economica mondiale.

Nel 2015, la musica non è cambiata: l’export di calzature, fortemente rallentato dal -50% in volume (-44,5% in valore) nei mercati dell’area CSI, mostra una nuova riduzione: -3,9% in quantità nel primo bimestre, con un calo meno penalizzante in valore (-0,6%). Complessivamente, tra gennaio e febbraio, sono stati esportati 42,7 milioni di paia, 1,7 milioni in meno rispetto ai primi 2 mesi 2014, per un valore di 1,57 miliardi di euro. Come già nel 2014, se la UE in generale ha tenuto (+0,6% valore e -1,4% volume), i mercati extra-comunitari sono scesi nel complesso del 10,2% in quantità e del 2% in valore.
 
“In Europa, l’export Made in Italy, da solo, ha una quota del 51,2% sul totale delle esportazioni verso i mercati extracomunitari – precisa il presidente Sagripanti. Nonostante la crisi, anche nel 2014 abbiamo avuto l’ennesimo record in valore raggiunto dall’export e la tenuta dell’attivo del saldo commerciale oltre i 4,2 miliardi di euro (+0,2%). Il saldo commerciale anche nei primi due mesi del 2015, seppure in calo, resta largamente in attivo per 685 milioni di euro. Questi pochi dati dimostrano in modo incontrovertibile che l’industria calzaturiera italiana non deve inseguire posizioni perdute appannaggio ora di altri competitor; al contrario, deve difendere lo status di leader a livello mondiale”.

“Esistono, però, anche delle minacce - sottolinea il presidente di Assocalzaturifici - [...] Penso al possibile riconoscimento dello status di economia di mercato alla Cina. Dieci anni fa la nostra associazione – affiancata da Confindustria e dalla Confederazione Europea della Calzatura – guidò l’impresa titanica di far approvare dazi antidumping sulle importazioni cinesi e vietnamite di calzature in pelle. Tali misure furono rinnovate nel 2008 e andarono a scadenza nel 2011. Da allora, voglio sottolinearlo, la sorveglianza sulle importazioni dal Far East rimane attiva. Il riconoscimento alla Cina dello status di economia di mercato praticamente azzererebbe le possibilità di ottenere misure analoghe in futuro”.
 
I dati sulle importazioni del 2014 fanno peraltro comprendere come il nostro Paese sia già largamente aperto alla competizione. Lo scorso anno l’import è salito a 329,7 milioni di paia, con incrementi nell’ordine dell’8% sia in volume che in valore e prezzi medi stabili (-0,5%). La Cina è di gran lunga il primo fornitore, con 132,6 milioni di paia (+8,6%). Nei primi due mesi di quest’anno le importazioni hanno continuato a salire in valore (+11,6%).
 
“Sarebbe prima di tutto - conclude il presidente di Assocalzaturifici Cleto Sagripanti - un errore strategico imperdonabile quello della Commissione Europea: l’ennesimo sacrificio dell’industria manifatturiera europea agli interessi di pochi gruppi di potere. [...] è per questo che diventa urgente intensificare la nostra attività di lobby in Europa, facendo conoscere il nostro settore. Si tratta di azioni che hanno tutte come obiettivo finale l’introduzione del 'Made In', una misura necessaria per dare al mercato europeo le stesse condizioni di competitività delle altre aree, come USA e Cina, e per dare un aiuto concreto alla manifatturiera europea. Siamo in contatto con il Vice-Presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, e la Commissione ITRE per aprire un dibattito sulla rinascita industriale in Europa e il reshoring attraverso un’audizione. Pianificheremo un appuntamento annuale per presentare il settore calzaturiero a Bruxelles, mutuando il modello dello 'Shoe Report' di Roma e declinandolo in una versione Europa. Abbiamo, infine, programmato una presentazione dell’industria calzaturiera italiana come modello produttivo per l’Europa con un’installazione di modelli illustrativi sulla storia del settore all’interno dell’Europarlamento. Tre esempi di azioni che vogliamo continuare nei prossimi anni e che io mi impegno a seguire come nuovo Presidente della CEC, Confederazione Europea della Calzatura”.

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