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Pubblicato il
8 gen 2012
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Reportage: Tel Aviv si costruisce una cultura fashion

Pubblicato il
8 gen 2012

Come tastare il "polso moda" di una città? Per esempio con quanto sta accadendo a Tel Aviv. Nella città israeliana si percepisce netta l'impressione che stia accadendo qualcosa, che una cultura moda si stia plasmando. Se per strada il fenomeno non è ancora percepibile al primo colpo d'occhio, la prima fashion week organizzata lo scorso novembre ha dato visibilità a ciò che sta emergendo. Considerata come una piazza importante dell'architettura e del design – grazie al suo patrimonio di opere Bauhaus - la città oggi vuole crearsi un proprio spazio nel mondo Fashion.


Il quartiere di Neve Tsedek, diventato una roccaforte della moda di Tel Aviv dopo il suo restauro - Foto: Ministero del Turismo Israeliano.

In pochi anni, il volto modaiolo di Tel Aviv si è trasformato con l'arrivo di catene e marchi internazionali. Zara, H&M, Mango, Topshop, Gap, Bershka e ancora Forever 21 poche settimane fa, ma anche i francesi di Eleven Paris, American Vintage e Zadig & Voltaire vi hanno aperto delle boutique. Un arrivo che ha spinto una delle aziende israeliane più conosciute, Castro, a dare nuovo dinamismo al suo stile e ai suoi negozi per far fronte a questa nuova concorrenza. Che lo si consideri causa o conseguenza del fenomeno, l'approdo nella nazione eurasiatica di tutti questi brand di moda ha fatto contemporaneamente aumentare la domanda. "E' incontestabile che tutti questi arrivi in solo un decennio abbiano fatto crescere la cultura moda a Tel Aviv", afferma Leah Perez, responsabile della cattedra di moda dello Shenkar College. Come nelle capitali europee della moda, l'ultimo fenomeno in voga è il vintage, che sta facendo fiorire il commercio di abiti usati nei quartieri più alla moda della città.

La comunità fashion di Tel Aviv ha già trovato le sue location preferite. Al fianco delle principali arterie commerciali, fiancheggiate da centri commerciali, o delle tipiche strade dedicate agli abiti da sposa e da cocktail molto richiesti, sono saliti alla ribalta dei luoghi emergenti. Il nuovo quartiere radical-chic di Neve Tsedek, che riunisce artisti, designer e intellettuali, ora è pieno di piccole boutique di moda, gioielli e artigianato locale. Prima di essere rinnovato grazie a vari restauri, questo vecchio quartiere era più underground, come Via Levantine, dove oggi si sono installati un grande numero di stilisti e di store multimarca d'avanguardia, o come attorno al mercato delle pulci dell'antica città di Yaffa.

Questi nuovi parametri creativi di riferimento rendono visibile e strutturata la sfera fashion della città, che cresce decisamente, sia in periferia (tra fotografi, giornalisti, blogger, e fashionistas sempre più agguerriti) che in centro (con gli stilisti). Secondo gli osservatori, i creatori di moda sono sempre più numerosi. Provenienti dalle tre scuole del Paese, la più conosciuta delle quali è lo Shenkar College insieme al suo ex studente più prestigioso, Alber Elbaz. Di fronte alle poche opportunità offerte da Tel Aviv, un battaglione di giovani stilisti da poco diplomati che non vuole lasciare la città natale si è lanciato per proprio conto.


Naftul, autunno-inverno 2011. La griffe di Nataly Elian fa parte della corrente stilistica dai codici casual/jersey diffusasi a Tel Aviv, in parte a causa della limitata varietà di tessuti reperibili sul territorio.

"Da una decina d'anni il numero di stilisti è aumentato in maniera notevolissima a Tel Aviv, forse perfino troppo”, afferma Shachar Atwan, nostro collega del quotidiano “Haaretz”. La città e la nazione sono un po' piccole per tutte queste persone", spiega. Alcuni di questi stilisti si lamentano peraltro di un certo ritardo culturale. In un Paese crocevia fra l'Oriente, il Mediterraneo e l'Occidente, gli stilisti, spesso molto influenzati dai codici della moda europea, fanno fatica a crescere al di là dei confini di Tel Aviv. Di fronte al piccolo perimetro di estensione di questa enclave della moda, tutti oggi si rivolgono verso l'estero e accolgono dunque con favore la creazione della fashion week, che vi sfilino o no, nella cui scia sono portati in loco tanti professionisti internazionali della moda.

Per crescere, gli stilisti locali devono affrontare un problema di dimensioni: le lacune dell'industria tessile nazionale. Il settore era stato fiorente negli anni '60 e '70 del Novecento, ma successivamente questo giovane Stato aveva orientato le proprie sovvenzioni verso le industrie hi-tech e farmaceutiche. Gli stilisti stanno dunque incontrando problemi di approvvigionamento di tessuti e materie prime, ma anche di confezione. I vincoli diplomatici impediscono il commercio con alcuni Paesi vicini in aperto e dichiarato conflitto.

Le relazioni commerciali con l'Egitto e la Giordania sono talvolta disturbate, particolarmente dopo la “primavera araba”, spingendo gli stilisti che vogliono superare il limite della produzione e dello stile artigianale a una produzione cinese. Questo problema riguarda principalmente il medio di gamma, che non riesce a trovare soluzioni intermedie. Anche se il mondo della moda di Tel Aviv è sembrato finora relativamente impermeabile a queste tensioni, le problematiche geopolitiche alla fine hanno comunque un impatto sulla sua attività.

La fashion week di Tel Aviv ha instaurato delle collaborazioni con Milano, per mezzo delle quali gli israeliani sperano di poter sbloccare e risolvere alcune di queste problematiche, ma i suoi attori vorrebbero soprattutto ricostruire un'industria nazionale. "I problemi manifatturieri e nelle materie prime si risolveranno solo reinvestendo nella filiera!" sostiene Leah Perez dello Shenkar College. Questo evento permette loro di mostrarsi più visibili e maggiormente organizzati, in modo da avere un peso maggiore nel panorama locale, ma soprattutto nell'economia locale, a condizione però di essere sostenuti da sussidi statali.

Anaïs Lerévérend (Versione italiana di Gianluca Bolelli)

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