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Versione italiana di
Laura Galbiati
Pubblicato il
3 nov 2020
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Primark quantifica in 375 milioni di sterline il costo dei lockdown europei

Versione italiana di
Laura Galbiati
Pubblicato il
3 nov 2020

Il gruppo proprietario di Primark, Associated British Foods, ha sorpreso il mercato pubblicando il 2 novembre un comunicato speciale, in cui la società analizza la prospettiva di nuove chiusure dei negozi nei principali mercati in cui opera.

Photo, Sandra Halliday


Dal 2 novembre, infatti, tutti gli store Primark in Irlanda, Francia, Belgio, Galles, Catalogna e Slovenia, ossia il 19% della superficie di vendita totale dell’insegna, sono temporaneamente chiusi.
 
E non è tutto: il governo britannico ha annunciato che tutti i negozi considerati non essenziali in Inghilterra dovranno chiudere per quattro settimane a partire da giovedì. In altri termini, il 57% degli spazi di vendita totali di Primark saranno chiusi dal 5 novembre.

La società ha dichiarato che la perdita in termini di vendite causata dai negozi chiusi, o in procinto di chiudere, sarà pari a circa 375 milioni di sterline (416 milioni di euro) per la durata del lockdown. In altri mercati, inoltre, gli orari di apertura sono limitati, il che aggrava ulteriormente i problemi.
 
Si tratta di un altro duro colpo per Primark, che aveva già perso più di 600 milioni di sterline al mese durante il primo lockdown. Ricordiamo che l’insegna non dispone di un circuito di distribuzione online, che potrebbe compensare la chiusura dei negozi fisici.
 
Tuttavia, Primark sembra registrare una crescita incoraggiante dopo la riapertura dei negozi e si dichiara abbastanza ottimista per la stagione delle feste. Attualmente, la società deve far fronte anche a un’enorme eccedenza di magazzino. Primark “implementerà piani operativi per gestire la conseguenza di queste chiusure: saranno adottate le misure più adeguate per ridurre i costi operativi”. L’insegna assicura inoltre che “tutti gli ordini fatti ai nostri fornitori saranno onorati”.
 
Durante il primo lockdown, la scorsa primavera, alcune aziende hanno annullato gli ordini che non erano ancora stati consegnati, mettendo in difficoltà le imprese a monte della supply chain. In Bangladesh, in particolare, le cancellazioni di ordini hanno colpito pesantemente l'economia del Paese, in gran parte basata sul settore tessile.

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