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Post coronavirus, quali prospettive? La parola ai player del fashion system

Pubblicato il
31 mar 2020
Tempo di lettura
6 minuti
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L’emergenza sanitaria che tutto il mondo si è trovato ad affrontare fa sì che, al momento, le energie di tutti, istituzioni, cittadini e aziende, si focalizzino, giustamente, sulla battaglia che l’umanità intera sta combattendo contro la pandemia di coronavirus.

Cosa si aspettano le aziende italiane della moda e del tessile nel post coronavirus? - mantero.com

 
Ma quali saranno le conseguenze a medio termine della situazione attuale? In particolare quale sarà l’impatto, dal punto di vista industriale ed economico, sul settore moda, uno dei più colpiti dall’epidemia, con la maggior parte delle aziende ferme, o con la produzione riconvertita alla realizzazione di presidi sanitari? Davvero difficile fare previsioni in una situazione totalmente inedita.
 
FashionNetwork.com lo ha chiesto a quattro imprenditori e manager del settore, per capire cosa si aspettano, quali sono le mosse che secondo loro il sistema moda dovrebbe attuare e quali misure richiedono alle istituzioni, a supporto del comparto.

Franco Mantero, CEO di Mantero

Lo specialista comasco dei tessuti Mantero è stato uno dei primi a reagire all’epidemia, lanciando il 9 marzo una collaborazione con il “collega” Ratti volta a mantenere attiva la produzione, continuando a garantire i normali servizi ai clienti.

Franco Mantero, CEO di Mantero

 
“Abbiamo lavorato per un paio di settimane a ranghi ridotti, con le fabbriche a circa il 30% e gli uffici in smart working, perché abbiamo ancora ordini e quindi necessità di produrre. Poi già dal 20 marzo abbiamo deciso di chiudere, per rispetto dei nostri dipendenti e per non rischiare di essere ulteriormente di intralcio alla sanità, già al collasso”, ci spiega Franco Mantero. “L’accordo con Ratti rappresenta l’approccio che secondo noi il settore tessile dovrà avere in futuro: fare sinergia sarà indispensabile, avere un maggiore dialogo per cercare di affrontare e risolvere i problemi comuni. Forse sarà necessario che le aziende diventino più grandi, unendosi fra di loro: in questo contesto, l’unione potrà fare non solo la forza, ma la sopravvivenza. Tutti dovremo ripensare e riorganizzare le nostre aziende; chi era già in difficoltà potrebbe non farcela, senza l’aiuto di tutti e, soprattutto, del Governo”.
 
Per quanto riguarda le misure che le istituzioni dovrebbero adottare per sostenere le imprese, una delle più importanti, secondo Mantero, è l’annosa questione del costo del personale: “Dovrà essere necessariamente riconsiderato, altrimenti le aziende saranno obbligate a ridimensionarsi pesantemente, creando un danno sociale, oltre che economico. Il nostro Governo dovrà allocare dei soldi su questo, non in modo temporaneo, ma definitivo. Le priorità dovranno essere la sopravvivenza delle aziende e il mantenimento dei posti di lavoro; e non potranno essere lasciate solo sulle spalle degli imprenditori”.
 
Secondo Mantero, come spesso accade, anche dalla crisi attuale potrebbero nascere risvolti positivi: “Dopo tanto parlarne, nel post coronavirus forse riusciremo davvero a iniziare a fare sistema e a tirar fuori dal cassetto una serie di progetti lasciati in stand by, come una maggiore digitalizzazione delle aziende Inoltre, in Italia sta finalmente emergendo un patriottismo e uno spirito di squadra che prima non avevamo; speriamo di riuscire a mantenerlo”, conclude l’imprenditore.
 
Alessandro Varisco, CEO di Twinset

“Oltre ad avere chiuso l’azienda una settimana prima del decreto ministeriale che sanciva il lock down delle attività non prettamente necessarie, abbiamo messo in campo tantissime altre azioni con un duplice fine: rispettare e garantire la salute di tutti i dipendenti e mettere in sicurezza l’azienda dal punto di vista economico-finanziario. Logicamente abbiamo sospeso la produzione in-house e abbiamo fatto domanda per la cassa integrazione, sia per i dipendenti dei negozi che per quelli della sede”, ci ha raccontato il CEO di Twinset, Alessandro Varisco.

Alessandro Varisco, CEO di Twinset

 
Per quanto riguarda le prospettive che il fashion system si troverà ad affrontare e le misure che le associazioni del settore dovranno attuare, il manager ritiene che “Data l’incertezza che oggi pervade ognuno di noi, quotidianamente, risulta difficile fare una previsione. È certo che l’impatto negativo si protrarrà nel tempo, anche dopo la fase apicale di emergenza. Il timore è che necessiti molto tempo prima che i consumatori riacquistino il cosiddetto ‘good feeling factor’, condizione necessaria e fondamentale per il sano riavvio del nostro settore. L’azione per me principale che oggi le associazioni del settore devono svolgere è quella di far presente alle autorità che deve essere aiutato anche il nostro comparto, dato che rappresenta, sia per fatturato che per numero di addetti, una grossa fetta del PIL italiano. Inoltre, a mio avviso, dovrebbero chiedere delle regole chiare da utilizzare per far sì che il nostro settore sappia sin d’ora quando potrà riaprire i battenti. È fondamentale avere delle date di riferimento, certe per riprogrammare e cercare di ridurre gli impatti economici negativi”.
 
E sempre sul fronte istituzionale, Varisco ritiene che, indipendentemente dalle azioni che verranno intraprese, sia “basilare che il Governo comprenda che la ‘conditio sine qua non’, oggi, è la tempestività degli aiuti e l’efficienza e la chiarezza delle modalità di accesso a tali aiuti. La burocrazia e le lungaggini sono il principale nemico del futuro dell’economia. Qualsiasi aiuto, seppure ottimo, perderebbe qualsiasi efficacia se non erogato celermente. Il tempo e la liquidità sono le vere risorse scarse di questa crisi”. 
 
Paolo Re, CEO di Recarlo

“Nel settore della gioielleria, e in particolare a Valenza, tutta la supply chain è bloccata; noi abbiamo deciso di chiudere il 12 marzo perché ci siamo resi conto che la situazione stava precipitando e per dare un segnale ai nostri collaboratori, una quarantina di persone tra Valenza e Milano”, ci ha spiegato il CEO dell’azienda orafa Recarlo, Paolo Re. “Stiamo monitorando la situazione, ma anche se il decreto dovesse confermare la chiusura fino al 3 aprile, noi abbiamo deciso di rimanere chiusi fin dopo Pasqua, sperando che poi si possa riprendere, magari in modo scaglionato. In caso contrario, sarà difficile riuscire a salvare le realtà più piccole del nostro settore”.

Paolo Re, CEO di Recarlo

 
Secondo Paolo Re, il primo intervento del Governo dovrebbe essere quello di tutelare sia gli imprenditori che i lavoratori, autonomi e dipendenti, che devono essere finanziati con il debito pubblico, abbassando le tasse, dando accesso più facilmente al sistema creditizio e concedendo più cassa integrazione alle aziende, senza farla pagare in anticipo. “Saranno necessari anche interventi dalla BCE, che in questo momento ha un sistema solido e può aiutare i Paesi Europei”.
 
“Nel nostro settore siamo fortunati, in quanto abbiamo un prodotto che non deteriora; post coronavirus, però, potrebbe esserci un calo negli acquisti di gioielli”, conclude Paolo Re. “Il Governo dovrà darci gli strumenti per poter riaccendere la macchina, poi gli imprenditori sapranno reagire”.
 
Gabriele Bianchi, socio di Bianchi e Nardi

La storica pelletteria fiorentina Bianchi e Nardi sta lavorando con le istituzioni per convertire la propria linea produttiva, attualmente ferma, alla produzione di mascherine civili, per poi arrivare a realizzare quelle sanitarie e i camici.

Gabriele Bianchi, socio di Bianchi e Nardi


“Vorremmo riuscire anche a evadere gli ordini che ci avrebbero tenuti impegnati fino a fine giugno, sperando non vengano annullati”, ci confida Gabriele Bianchi, uno dei soci dell’azienda. “La contrazione vera ci sarà da giugno in poi. Bisognerà limitare i costi, attraverso cassa integrazione o licenziamenti. Sarà fondamentale cercare di mantenere vivo l’indotto. Per questo il Governo dovrà consentire un accesso agevolato al credito bancario, con finanziamenti a lungo termine, minimo 5 anni, e a tassi inferiori rispetto a quelli attuali. Le aziende devono avere liquidità per poter mantenere i propri dipendenti, non ci può venir richiesto di non licenziare ma di pagare in anticipo la cassa integrazione, oppure di conservare il posto a personale delle categorie protette, che siamo costretti ad assumere e che costa all’azienda quanto tutti gli altri dipendenti, a scapito, magari, di un artigiano esperto. In periodi di crisi come questo ci devono essere delle deroghe alle normali regolamentazioni”.

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