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Per Confindustria Toscana Nord, il decreto del 22 marzo porterà “prospettive economiche e occupazionali disastrose”

Pubblicato il
25 mar 2020
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Nell'area di riferimento di Confindustria Toscana Nord - le province di Lucca, Pistoia e Prato - gli effetti del decreto del 22 marzo sulla chiusura delle fabbriche si faranno sentire con grande intensità. Gli imprenditori di questi importantissimi distretti produttivi per moda e lusso, ma non solo, riunitisi nel soggetto Confindustria Toscana Nord il 24 dicembre 2015, hanno affidato ad un comunicato tutta la loro preoccupazione per il drastico provvedimento preso dal governo italiano.

Il territorio di CTN


Da un calcolo del Centro Studi di Confindustria Toscana Nord emerge infatti che, limitandosi al manifatturiero, le imprese classificate come essenziali e che quindi sono autorizzate a rimanere aperte nel complesso delle tre province saranno il 24% del totale, corrispondenti al 31% degli addetti complessivi. La percentuale emerge dall'analisi dei codici Ateco (la classificazione ufficiale delle imprese in base alle loro specializzazioni produttive), che costituiscono il discrimine fissato dal decreto per stabilire chi può rimanere aperto e chi invece dovrà chiudere.
 
"Noi imprenditori di Confindustria Toscana Nord siamo sgomenti e fortemente preoccupati come tutti gli italiani per i decessi e i contagi da coronavirus”, commenta nel comunicato il presidente di Confindustria Toscana Nord, il lucchese Giulio Grossi. “Se pensassimo che lavorare nei nostri stabilimenti possa mettere a repentaglio la salute di qualcuno saremmo i primi a voler chiudere. Ma non lo pensavamo prima del decreto e non lo pensiamo adesso che il decreto c'è: esso recepisce fortunatamente molte delle osservazioni che avevamo formulato in attesa della sua stesura definitiva, ma comunque impone la chiusura a una quota molto consistente delle nostre imprese. Da cittadini responsabili ci adeguiamo alla legge, ma rimane una fortissima preoccupazione per il futuro”.

È possibile che la percentuale effettiva delle imprese che rimarranno aperte sia a regime leggermente più alta, ricorda ancor la nota della associazione facente parte di Confindustria, in quanto il decreto prevede la procedura della comunicazione al prefetto da parte delle imprese incluse nelle filiere a servizio dei settori indicati come essenziali. Con queste imprese aggiuntive, tuttavia, si arriverebbe a pochissimi ulteriori punti percentuali.
 
Significativamente diversa la situazione nelle tre province: a Lucca rientra nei codici Ateco autorizzati all'apertura il 40% del manifatturiero (56% degli addetti); a Pistoia il 29% del manifatturiero (32% degli addetti); a Prato il 14% del manifatturiero (13% degli addetti); ancora inferiori i dati del distretto tessile, che include anche comuni limitrofi del fiorentino e del pistoiese, e che segna il 10% delle imprese e il 12% degli addetti. Questi potranno lavorare perché legati alla produzione di tessuto non tessuto (TNT) necessario per la realizzazione di mascherine e camici, o alla fabbricazione di tessuti tecnici, ritenute produzioni "essenziali" dal decreto.

La situazione è terribile soprattutto per il distretto tessile pratese. Si parla di 6.287 stabilimenti totali (2.779 tessili, 3.508 di abbigliamento), nel quale viene chiuso il 90% delle ditte, lasciando circa 16.600 lavoratori a casa in cassa integrazione. E il settore ha un forte timore: che i provvedimenti di chiusura vengano prorogati oltre il termine del 3 aprile, portando a una perdita di fette di mercato, con produzioni spostate a favore della Cina, che adesso si sta riprendendo, o magari della Turchia, che non è stata ancora toccata dall'infezione.

Per quanto riguarda i servizi alle imprese, il dato è pressoché uniforme per le tre province e indica nel 47% il numero delle attività aperte, corrispondenti al 50% degli addetti.

“Lucca e in minor misura Pistoia riescono a salvare una parte discreta delle proprie aziende grazie al fatto che alimentare, carta, meccanica per la carta, farmaceutica e plastica rientrano fra le imprese essenziali”, spiega il presidente di Confindustria Toscana Nord, che però aggiunge: “La situazione di Prato, intesa come provincia e ancor più come distretto tessile, ci dà il senso di un intero territorio letteralmente messo in ginocchio e che non trarrà verosimilmente grandi benefici nemmeno dalla riconversione, necessariamente limitata, verso la produzione di mascherine e dispositivi di protezione”.
 
“Il dramma economico che si profila per il nostro Paese è evidenziato da un recente rapporto Cerved, secondo il quale le imprese italiane potrebbero perdere fino a 650 miliardi di fatturato nel 2020-21. Severo l'allarme di Cerved Rating Agency secondo cui, se l'emergenza non si arrestasse entro l'anno, un'azienda italiana su dieci fallirebbe. Anche il nostro territorio non sfugge a queste prospettive di inaudita gravità, con prospettive economiche e occupazionali, e quindi sociali, disastrose”, conclude amaramente Grossi.

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