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Pubblicato il
28 ott 2021
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Patrizio Bertelli (Prada): “Lusso sale del 30% al 2025, ma a rischio filiera Made in Italy”

Pubblicato il
28 ott 2021

Il comparto del lusso uscirà rafforzato dalla crisi del covid con una previsione di crescita del 30% al 2025. A dirlo è Patrizio Bertelli, Ceo del gruppo Prada, in apertura della terza giornata del Milano Fashion Global Summit. Una corsa che sarà dominata dai Big, mentre i piccoli faranno sempre più fatica a stare al passo. “Molte Pmi di grande capacità e spessore di prodotto non hanno la forza di affermarsi perché i costi (digital, e-commerce…) sono diventati troppo rilevanti. I piccoli avranno sempre più problemi a trovare un’identità e dovranno appoggiarsi ai grandi”, spiega il top manager.

Patrizio Bertelli, Ceo del Gruppo Prada - DR


La pandemia accelera il processo di selezione, mettendo a rischio la sopravvivenza di molte piccole aziende, che rappresentano la spina dorsale del Made in Italy, patrimonio culturale fondamentale per “preservare l’identità dei brand che oggi hanno raggiunto valori molto elevati e richiedono ingenti investimenti”, spiega Bertelli. Dove possibile, infatti, il gruppo Prada è intervenuto con operazioni mirate di acquisizione di quote di minoranza di piccole realtà, spesso espressioni di un titolare che ha dedicato una vita per creare un proprio know how. “Dobbiamo gratificare queste persone, che così possono vedere la loro azienda progredire mentre partecipa allo sviluppo del proprio prodotto all’interno di un contesto più ampio”.
 
Un’identità che si declina anche nei luoghi di lavoro, “dove trascorriamo le parti più importanti della giornata, per fare sentire i lavoratori partecipi del brand. Negli anni ’70 il concetto della fabbrica era scandito dal binomio padrone/dipendente, da cui sono scaturite corrette contestazioni. Questo confronto oggi è cambiato e c’è totale partecipazione delle persone al lavoro”, prosegue il numero uno di Prada.

Per uscire dalla crisi serve quindi uno sforzo collettivo. “Negli ultimi anni abbiamo fatto tanta strada sul Made in Italy, dopo aver pensato che bastasse applicare l’etichetta al prodotto senza pensare all’intero processo”, ricorda Bertelli. Segnali positivi anche dalla politica, che negli ultimi anni “si è interessa di più alla moda, che rappresenta una fetta importante dell’export del Pil nazionale. Il governo può aiutare i processi sul lavoro”, sottolinea, “ma non quelli industriali”.
 
Anche il rapporto con i sindacati è cambiato. Sul fronte delle misure anti-covid, “la commissione interna di concerto con le parti sociali, ha definito che l’ingresso in fabbrica è regolato da un vaccino o da un tampone, pagato dall’azienda, eseguito una volta alla settimana. Comprendo le obiezioni sulla liberta individuale, ma in questo fragente emergenziale occorre mettere da parte gli egoismi e guardare al rispetto del prossimo”, afferma il Ceo.
 
Sulle prospettive del settore Bertelli ha le idee chiare. “Nei prossimi 10/20 anni aumenterà l’esigenza di avere cose premianti, di qualità, e tutte le aziende ne beneficeranno, mentre cresceranno le fasce che vogliono accedere a un consumo diverso”. Al centro di questo fenomeno la Cina, “dove i giovani usano i nuovi strumenti in modo ‘eccessivo’ e da 3-4 anni non esiste più la ‘moneta’, anche nei mercati più poveri, perché le persone pagano con il cellulare”.
 
La famiglia è al centro dell’universo Prada, “nato”, rivela Bertelli, “come un percorso comune con mia moglie Miuccia, che vale il 60% del progetto, io il 40%. La Prada di oggi è frutto della nostra incoscienza. Non pensare mai alle situazioni negative ma avere sempre un approccio positivo”. Se quella del futuro sarà guidata dal figlio, Lorenzo Bertelli, “questo dipenderà da lui”, precisa il Ceo. “Lorenzo è il più critico in azienda ed è molto più esigente di me. Abbiamo un rapporto quasi da 'avversari'. Ora sta imparando tanto e lavorando per raggiungere quel ruolo”.
 
Precursore del format retail, Prada ha aperto il primo monobrand nel 1983. “Già nel 2011 l’80% del network era monomarca, oggi siamo al 90%. Si è evoluto anche il mercato wholesale e tenere rapporti con gli indipendenti è utile per avere un feedback informativo anche dall’esterno dell’azienda”.
 
Infine, Bertelli conferma le sue perplessità sulla possibilità di vedere un giorno un grande polo italiano del lusso. “Il nostro tentativo con Jil Sander ed Helmut Lang ha pagato il prezzo di aver lasciato troppa autonomia gestionale, soprattutto su certi aspetti finanziari e distributivi. In Italia non si formano conglomerati a causa di un atteggiamento individualistico molto diffuso. Per fare un gruppo in Italia occorre approcciare sotto un piano di aggregazione e non di predominio”.

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