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Pubblicato il
8 mar 2009
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Parigi incerta tra tendenze

Di
Ansa
Pubblicato il
8 mar 2009

La ricetta anti-crisi non esiste e ognuno cucina il suo piatto come meglio sa: al quinto giorno di sfilate parigine si può dire che si è visto tutto e il contrario di tutto, bello o brutto che fosse. Una vera tendenza finora non è emersa: molti stilisti tendono a tornare alle origini, e fanno bene, altri hanno la creatività in secca, altri ancora farebbero meglio a cambiare mestiere mentre c'é qualcuno che sembra stimolato dalle difficoltà del mercato.



Partiamo dalle cose semplici e belle: Alberto Biani ha presentato la collezione nel suo nuovo negozio di rue Royale. Per esempio, giacche sartoriali con bluse da sera in lamé e pantaloni esageratamente ma volutamente maschili: "il look personale è quello che conta, ed è fatto di accostamenti e apparenti imperfezioni. Preferisco - spiega Biani - una donna che esprime se stessa a una che esprime un brand".

Il cardigan da uomo diventa un vestito con una piccola cintura, da indossare con un perfetto cappotto in cashmere double. Biani, ovvero la semplicità che incanta, ma che bisogna essere capaci di portare da sole, senza aggrapparsi al marchio. Meno convincente del solito Costume National, incerto tra gli anni 80 (giacche diritte e spalle ampie squadrate) e la femminilità dei vestiti in lamé, tra la seta goffrata un po' anni 40 e le giacche maschili con revers solo incisi, quasi un trompe l'oeil (peraltro belle).

Ennio Capasa sostiene di aver fatto una collezione che unisce pragmatismo e fantasia, ma il risultato non ha la forza dell'intenzione, nonostante l'escamotage degli stivali di cuoio altissimi tenuti su da una giarrettiera interna. Tra le cose belle, il giapponese Junia Watanabe, che è riuscito a costruire un'intera collezione con i piumini, sì proprio i capi tecnici imbottiti di piume antifreddo. E lo ha fatto magistralmente, con teatralità elisabettiana.

Cappotti, giacche, vestiti, giubbotti, tutto molto regale e tanto moderno, al di fuori delle mode. Perfino i mantelli da sera imbottiti e incatenati. Sotto, sempre gonne lunghe, molti drappeggi e pieghe gentili. Anche Comme de Garcons (della giapponese rei Kawakubo) come Watanabe, esprime la tendenza anti-anni 80: niente spalle larghe, ma piuttosto strettissime, forme piramidali a partire dal collo e giù scendendo.

Strati di tulle rosa carne che diventano abiti-mantello, tessuto verde militare, panno a disegni che sembrano quelli delle vecchie coperte, paltò e giacchine perfino striminzite e tanto corte che, per affrontare il freddo invernale, costringono a mettersi, al di sotto, un plaid scozzese. Povero marchio Ungaro! Che qualcuno dica a Esteban Cortazar (stilista della maison) di smettere, in fondo è giovane e può cambiare mestiere. Di brutture nel mondo ce ne sono già tante.

Per dovere di cronaca, in passerella si sono viste anche calze nere con bolli d'argento, gonne a drappeggi mal incrociati di bluette, fucsia, nero, arancio, portate con giacchine di maglia con spalle decorate da passamenerie un po' da torero. E raccontata così sembra perfino migliore. Era molto attesa la sfilata di Hussein Chalayan, la prima dello stilista turco-cipriota sotto l'egida del Gucci Group.

Non ha strappato applausi scroscianti, anche se i cappottini in poliestere grigio che sembravano di roccia appena sbozzata, avevano un innegabile fascino nuovo. Chalayan ha sempre molte idee per nuove stampe: stavolta ha usato la terra, i sassolini e la pioggia, riprodotti sugli abiti anche sorretti da bustini e culetti in cuoio anatomicamente e perfettamente sagomato. Anche su questa passerella stivaloni ad altezza inguinale e sorretti da giarrettiera, ma è una mania più che una tendenza di moda.

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