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Pubblicità

Nike travolto da uno scandalo doping, Mark Parker nella bufera

Di
AFP
Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
today 5 ott 2019
Tempo di lettura
access_time 3 minuti
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Con il suo allenatore di casa, Alberto Salazar, sospeso per quattro anni lunedì scorso per violazione delle norme antidoping, il colosso statunitense degli articoli sportivi Nike rischia ora di essere travolto dallo scandalo, tanto che persino il CEO Mark Parker è stato citato nella sentenza.

Alberto Salazar con gli atleti Galen Rupp (USA) e Mo Farah (GBR), nel 2011 - AFP


Iniezioni troppo elevate di aminoacidi (che favoriscono l’eliminazione dei grassi), esperimenti con il testosterone, documenti medici falsificati... L'indagine dell'agenzia antidoping statunitense (USADA) ha messo in luce una serie di scivoloni compiuti dal più famoso allenatore di atletica del mondo. Meno atteso il fatto che il nome dello stesso CEO di Nike, Mark Parker, appaia nel documento prodotto da un collegio di arbitri indipendenti, che ha preso la decisione applicata dalla USADA.
 
Si è scoperto infatti che il massimo dirigente della società di Beaverton (Oregon) era in copia in diverse e-mail che lo informavano sullo stato di avanzamento delle ricerche di Alberto Salazar e del suo team Nike Oregon Project (NOP). Il NOP è stato creato nel 2001 dal tre volte vincitore della maratona di New York per rilanciare a livello internazionale i migliori atleti della corsa su distanze lunghe negli Stati Uniti. In particolare, in un'e-mail del 2011, Alberto Salazar spiega al CEO di Nike di aver iniettato per un test, a uno degli allenatori del NOP, un litro di una miscela di aminoacidi e destrosio (glucosio), una dose ben al di sopra delle regole dell'agenzia mondiale antidoping. Due anni prima, in un'altra e-mail inviata a Mark Parker, il dottor Jeffrey Brown, che collabora con il NOP, riferisce di esperimenti condotti con testosterone in forma di gel. In una risposta, il CEO scrive che “sarebbe interessante determinare la quantità minima di ormone maschile necessaria per determinare la positività ad un test”.

Interpellato dall’agenzia AFP, Nike non ha risposto. In una nota inviata al Wall Street Journal, il gruppo dell’Oregon ha spiegato che “Mark Parker non aveva alcun motivo di credere che il test non seguisse le regole, visto che vi partecipava un medico”.
 
Ufficialmente, questi test sarebbero stati compiuti in risposta alla preoccupazione dell'allenatore, allertato di una possibile contaminazione dei suoi atleti al testosterone da parte di una persona esterna, che avrebbe applicato il gel a loro insaputa. “Per Mark, Alberto stava cercando di impedire che i suoi atleti fossero dopati”, ha spiegato un portavoce di Nike al WSJ.
 
Da vari trimestri il gruppo pubblica risultati economici scintillanti, guidati dal suo focalizzarsi verso le vendite online e dalle buone prestazioni di vendita nel mercato cinese. Il caso Salazar rischierà di offuscare l'immagine del colosso americano?
 
Intervistato dal canale tedesco ZDF, il CEO dell’USADA, Travis Tygart, è stato chiaro: “Spero che Nike lo prenderà come un richiamo per reagire. Non hanno più il diritto di trovare scuse, devono ammettere che sono stati condotti esperimenti su atleti per loro conto e nel loro centro d’allenamento, e che questo è semplicemente sbagliato”.
 
“La storia di Nike è piena di esempi di sostegno ad (atleti) dopati, a federazioni che favoriscono il doping”, ha polemizzato martedì scorso, dal suo profilo Twitter, l’ex fondista Lauren Fleshman, che è stata sponsorizzata dal marchio della virgola per più di nove anni, fino al 2012. “Fingono di non vedere nulla, anche quando è chiaro che c'è qualcosa di marcio”, ha aggiunto. “Mettono degli 'swoosh' (la virgola, appunto, simbolo di Nike) su delle bombe a orologeria. E quando esplodono, la Nike è spesso l'ultima a tagliare i ponti”.
 
Nel 2012, Nike ha ufficialmente appoggiato Lance Armstrong immediatamente dopo la pubblicazione del rapporto shock dell’USADA che scopriva il doping del corridore ciclista e della sua squadra, prima di piantarlo in asso qualche giorno dopo. Nel giugno del 2016, il produttore di articoli sportivi ha persino mantenuto il contratto con la tennista professionista Maria Sharapova, sospesa due anni per doping. Nike ha voluto conservare la sua immagine aziendalistica restando al fianco degli atleti, anche nei casi di Kobe Bryant, accusato di stupro nel 2003, o di Tiger Woods, oggetto di uno scandalo per i suoi ripetuti adulteri nel 2009.
 
Anche nel settembre del 2018, Nike ha fatto molto rumore (ma per una questione di tutt’altro genere) scegliendo per un'importante campagna pubblicitaria il quarterback di football americano e attivista Colin Kaepernick. “Nike deve riferire pubblicamente”, ha sostenuto Lauren Fleshman, che partecipò a tre campionati del mondo sui 5.000 metri. “Se ci si fa pubblicità sulla purezza dello sport, finanziando però il lato nascosto che lo mina da dentro”, ha scritto, “questo è un problema”.

Copyright © 2019 AFP. Tutti i diritti riservati.