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Moda post-Covid, da Trussardi a Versace: "È già cambiata"

Di
Ansa
Pubblicato il
2 giu 2020
Tempo di lettura
4 minuti
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Moda e futuro, il fashion post covid come sarà? Di sicuro diverso e tutti ne sono convinti, stilisti e consumatori. Ecco il pensiero di alcuni operatori del settore presentato nel documentario Che ne sarà: moda, influencer, futuro.

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“Capire come sarà il futuro della moda e, nel nostro caso, anche della ristorazione è abbastanza complesso. Siamo ancora in una fase di passaggio, dove sicuramente c’è molta ansia”, dice Tomaso Trussardi. “Noi lavoriamo per cercare di rendere la vita della persone migliore, più bella e più piacevole, e anche di fare cultura e arte. Tutti gli orpelli che utilizzavamo noi della moda - presentazioni, sfilate, party, feste - sembrano ormai dei ricordi lontani, danno quasi fastidio in questo momento. Sicuramente noi non possiamo prescindere dal presentare i nostri prodotti in una maniera che faccia sì che la gente viva un sogno, perché noi vendiamo dei desideri, dei sogni. Credo che il futuro breve, contingente dovrà vedere la moda più impegnata dal punto di vista sociale e culturale”.

“C’è un momento di ripensamento e di riflessione, ma abbiamo reagito a tutte le crisi e reagiremo anche a questa; non è che questa crisi ci spaventa più delle altre”, commenta Santo Versace. “Sì, potrebbe mettere in crisi qualcuno che è meno forte, però, l’insieme del sistema e del settore reagirà e reagirà bene, perché siamo pronti ad accettare qualunque sfida. Per quanto il cambiamento epocale dei grandi marchi, il discorso di Instagram, di Tik Tok, di tutta la rete, tutti avevano già cominciato a potenziare questi settori; sono tutte cose che stavamo facendo, che stiamo implementando e che questa crisi accelera. Come ci reinventiamo? noi siamo l’industria del bello e noi dovremmo ancora, più di sempre, più di prima, fare sognare e dare dei prodotti di grandissima qualità e questo è il nostro obiettivo. Lo abbiamo sempre fatto, lo faremo ancora meglio, con più impegno, con più caparbietà e con più forza”.

“In questa grande tragedia, se devo parlare a livello imprenditoriale uso questo concetto perché fa capire come ci si sente”, racconta Elisabetta Franchi, “ero alla guida di una bellissima macchina, sfrecciavo con i capelli al vento in autostrada e improvvisamente ho dovuto inchiodare. Quando inchiodi, inchiodi magari con delle conseguenze. A oggi, che siamo ancora durante il Covid, le conseguenze sono di rimettere in gioco che cosa sei e come avevi gestito il tuo mondo, la tua azienda fino a quel momento. Inizialmente ho provato un po’ di impotenza, di paura che ha preso tutti noi e che tutt’ora è presente, poi è subentrata un po’ di rabbia e poi improvvisamente una grande lucidità. Credo che questa tragedia abbia messo tutti i brand di moda, io in primis, nelle condizioni di riflettere e di capire cosa c’era prima che non andava. Che non andava, c’era purtroppo questa corsa continua a mettere sul mercato collezione su collezione. Con cinque collezioni a stagione, c’è il rischio di immettere su un mercato saturo troppo prodotto, una quantità enorme di prodotto e di svilire anche il tuo stesso lavoro. Credo che questa esperienza, e il mondo “nuovo” dopo il Covid, abbia insegnato ad apprezzarsi di più”.

“Sicuramente la nostra professione è stata toccata dal Covid-19, come non potrebbe?”, afferma Imprenditore digitale e influencer da 6 milioni di follower, Mariano di Vaio. “C’è stata una frizione del mercato in generale ed è stata una frizione che abbiamo sentito anche noi. Nonostante l’online abbia subito meno dell’offline, si è comunque sentita perché l’incertezza delle persone e del mercato si è trasformata in incertezza negli acquisti, quindi nella non volontà delle persone di acquistare con la leggerezza con la quale acquistavano prima, perlomeno beni che non sono necessari come quelli dell’abbigliamento. Noi siamo nati online e viviamo solo ed esclusivamente online... non possiamo far a meno del web per esistere. Il web è comunicazione, però fa parte del futuro riuscire a trasformare il rapporto con il cliente in qualcosa di più del mero rapporto brand-cliente, creare una community... Credo che questo influenzi e influenzerà tutto il mondo della moda e che tutti debbano appoggiarsi all’online perché penso sia un sostegno non da poco per tutte le imprese. Allo stesso tempo, questa situazione mi ha fatto ragionare sull’importanza dell’artigianalità, su quanto sia importante per noi tornare a lavorare anche in loco; noi siamo umbri, le costrizioni che ci sono state date in questo periodo ci hanno portato a riallacciare rapporti con le aziende che sono umbre. Occorre sottolineare quest’aspetto perché l’artigianalità, oltre che essere legata al pregio, per noi italiani è molto importante”.

“Cosa accadrà alla moda domani?”, s'interroga Gianluigi Cimmino, CEO di Yamamy/Carpisa. “Ci siamo resi conto che la Cina non può più essere la grande fabbrica del mondo, né per prodotti finiti né, soprattutto, per componenti. Quindi, la necessità di diversificare al 100% in altri paesi per non essere dipendenti da una realtà così fortemente a rischio per tanti motivi. Nel nostro caso era un percorso che avevamo già intrapreso, quindi siamo stati abbastanza flessibili, pronti a reagire e riavvicinare molte produzioni nel bacino del Mediterraneo, in Italia... Con la bomba del covid ci siamo trovati in un tubo, un grande acceleratore dove tutta una serie di processi che avevano dei tempi di medio termine è stato necessario farli in tempi strettissimi, per sopravvivenza. Nel nostro caso mille negozi chiusi dalla sera alla mattina, quindi e-commerce, digitalizzazione, un’attenzione mostruosa alla sostenibilità, smart working... ci samo resi conto che non è necessario fare 100 chilometri per raggiungere una postazione di lavoro. Una delle poche cose positive che ci portiamo nel post covid”.

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