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Pubblicato il
15 nov 2022
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Moda maschile italiana: nei primi sette mesi export +6%, a oltre 4 miliardi

Pubblicato il
15 nov 2022

Come indicano i dati Istat, l’export relativo al periodo gennaio-luglio 2022 della moda maschile italiana ha messo a segno un incremento del +6%, per un totale di circa 4,1 miliardi di euro. Una performance positiva sui mercati esteri che si era già evidenziata nel 2021. mentre l’import ha registrato un aumento a doppia cifra del +28,6%, passando a 3,3 miliardi di euro.

Giorgio Armani - Primavera-Estate 2023 - Menswear - Milano - © PixelFormula


Nella nota a cura del Centro Studi di Confindustria Moda per SMI-Sistema Moda Italia, si riscontra che sia le aree UE sia quelle extra-UE si sono rivelate favorevoli per il comparto in questo periodo, crescendo rispettivamente del +7,7% e del +4,7%. Il mercato dell’Unione Europea copre il 45,8% dell’export totale di settore, mentre l’extra-UE risulta il maggior “acquirente” assorbendone il 54,2%. Analogamente, nel caso delle importazioni, dalla UE proviene il 41,8% della moda maschile in ingresso nel nostro Paese, mentre l’extra-UE garantisce il 58,2%.
 
Nel periodo in esame, la prima destinazione del menswear Made in Italy è risultata la Svizzera, in aumento del +2,7%, che si è così confermata hub logistico-commerciale strategico per le principali griffe del settore, assorbendo l’11,9% del totale settoriale. Seguono Francia, a quota 11,3%, e Germania, a quota 10,7%, la prima cresciuta del’11,3%, la seconda dell’1,4%. Al quarto posto balzano gli Stati Uniti, in virtù di una crescita molto sostenuta, del +46,7%, per un totale di 390 milioni di euro (9,6% sul totale). Pressoché stabile, in quinta posizione, il Regno Unito (-0,4%). In controtendenza rispetto al dato medio, troviamo in sesta posizione la Cina (227 milioni di euro), che mostra una flessione del -12,6% dell’export italiano di comparto.

Bene anche la Spagna con un +10,9% e i Paesi Bassi con un +14,7%, ma anche Polonia (in aumento del +15,9%), Belgio (+3,9%) e Austria (+5,7%). Più debole la Corea del Sud, che registra un +1,1%, assicurandosi il 3,4% delle esportazioni di comparto.
 
Tra i primi 15 “clienti” della moda maschile, non mancano nazioni che sono rimaste colpite da una flessione delle vendite italiane: oltre alla già citata Cina, il Giappone ha accusato un calo non marginale, pari al -22,3%, coprendo così il 3% del totale, mentre Hong Kong ha ceduto il -20,5% e si è portato a 110 milioni di euro. In quindicesima posizione si trova la Russia, che registra una contrazione del -26,6%.
 
Relativamente alle importazioni, da gennaio a luglio 2022 tutti i principali mercati di approvvigionamento hanno evidenziato vivaci trend positivi; unica eccezione la Romania, in ottava posizione, che registra un calo del -8,5%, scendendo a 156 milioni di euro che corrispondono al 4,8% dei flussi in ingresso del comparto. Il Bangladesh è il top come fornitore di moda uomo all’Italia, con un’incidenza del 17,2%, e registra un’importante crescita del +78,2%; seguono la Cina, scesa in seconda posizione, sebbene in aumento del +25,5%, e la Francia con un incremento del +7,3%. Molto incrementate le importazioni da Spagna (+23,5%), Paesi Bassi (+32,8%), Germania (+74,2%) e Turchia (+46,8%).
 
Guardando al dato di interscambio di moda maschile per prodotto, è ottima la performance dell’export di camiceria, in aumento del +38,6% rispetto ai primi sette mesi del 2021. Bene anche le cravatte, in miglioramento del +28,9%, l’abbigliamento in pelle, che cresce del +24,5% e la maglieria con un +23,9%. In controtendenza troviamo l’export di abbigliamento confezionato, diminuito del -16,3%.
 
Relativamente all’import, vivacissime le cravatte, +64,1%, poi maglieria e camiceria, in aumento rispettivamente del +48,1% e del +45,8%, +16,6% l’abbigliamento in pelle, mentre la confezione non va oltre il +5,4%.
 
Il Centro Studi di Confindustria Moda anticipa un 2022 ancora pieno di ostacoli e minacce per la moda maschile italiana, perché passata la fase emergenziale della pandemia, permangono comunque i timori per la pressione sui costi, per il prezzo dell’energia, per il conflitto russo-ucraino ancora in corso e per il possibile rallentamento della domanda dovuto al clima di generale incertezza.

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