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2 apr 2021
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Moda circolare, è boom tra ambizioni e innovazioni

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Ansa
Pubblicato il
2 apr 2021

Il settore del fashion, per la Banca Mondiale, è responsabile del 10% delle emissioni globali annuali di carbonio. Ogni anno vengono consumati 1.500 miliardi di litri d'acqua, i rifiuti tessili superano i 92 milioni di tonnellate, la lavorazione e la tintura dei tessuti sono responsabili del 20% dell'inquinamento idrico industriale e il 35% delle microplastiche negli oceani è attribuibile ai lavaggi dei capi in fibre sintetiche, secondo una ricerca pubblicata su Nature Reviews Earth and Environment. Inoltre la Ellen MacArthur Foundation stima che ogni anno si perdono circa 500 miliardi di dollari per indumenti che vengono indossati a malapena, non donati, riciclati o che finiscono in discarica. Sono solo alcuni elementi che evidenziano come, così come in tanti altri settori (il food in primis) ridurre i consumi di moda e dunque la domanda avrebbe un primo effetto sull'impatto ambientale. E questo mentre la fashion industry sta sperimentando sempre di più soluzioni che vanno verso la sostenibilità.

Ansa


Parlare di moda circolare è molto popolare, ma cosa significa? In sintesi è un sistema economico che si rigenera da solo, riutilizzando i materiali nei cicli produttivi successivi, permettendo così la riduzione degli sprechi. Secondo il Circular Fashion Report 2020 il business potenziale del mercato è di 5mila miliardi di dollari, il 67% in più dell'attuale valore della fashion industry.

La moda sostenibile è una moda basata sulla produzione etica, che tiene conto dell'impatto ambientale (riciclo, riuso, baratto, tessuti bio certificati, processi aziendali poco inquinanti o con minor utilizzo di acqua) e sociale (filiera trasparente, filiera corta, compensi equi, luoghi di lavoro sicuri, valorizzazione delle maestranze artigianali locali, commercio equo solidale).

Tra i brand italiani apriprista in tema di rigenerazione c'è Rifò nel distretto di Prato: raccolgono vecchi indumenti di cashmere, di cotone e di jeans per trasformarli in un nuovo filato per abbigliamento di alta qualità. Una grande accelerazione si è avuta in tema plastica: il pet viene riciclato ossia distrutto e trasformato addirittura in filato, persino quello per le calze (RadiciGroup di Bergamo e Oroblù di Mantova hanno annunciato in questi giorni "Oroblù Save the Oceans", il primo collant in Italia realizzato con filati ottenuti dal riciclo del PET delle bottiglie). E sono 10 i brand italiani che hanno aderito al 'Fashion Pact' per la trasformazione del settore, lanciato da Macron al G7 2019 (Ermenegildo Zegna, Giorgio Armani, Prada, Moncler, Herno, Salvatore Ferragamo, Diesel, Geox, Calzedonia e Bonaveri).

Ma non è facile arrivare alla sostenibilità. Il report 'BoF Sustainability Index', pubblicato di recente, tiene traccia dei progressi della moda in 15 dei più grandi gruppi (da Kering a Lvmh passando per H&M, Nike, Adidas, Inditex, Hermes). Cosa è emerso? "Mentre le aziende di moda parlano sempre di più di sostenibilità, l'analisi di BoF ha rilevato che le azioni sono in ritardo rispetto agli impegni pubblici, anche tra le aziende più grandi e con maggiori risorse del settore". C'è una grande disparità tra impegno e azione. I rifiuti sono la categoria con il rendimento peggiore nell'Indice. E anche l'adozione delle soluzioni disponibili oggi - rivendita e noleggio - è stata limitata.


Intanto è bene sapere che la maggior parte dei vestiti nel mondo sono realizzati utilizzando combustibili fossili. Il poliestere a base di petrolio è il tessuto più comunemente usato, con quasi 60 milioni di tonnellate prodotte nel 2019. La seconda fibra preferita dalla moda è il cotone, un prodotto con una complessa impronta ambientale i cui legami attuali con la schiavitù moderna sono problematici quanto il suo passato (un esempio attuale è la guerra in atto di alcuni marchi con la Cina per lo sfruttamento della minoranza musulmana degli uiguri nella regione autonoma dello Xinjiang in cui ci sono campi di lavoro forzato per la produzione del cotone).

Spostare la catena di approvvigionamento delle materie prime è una sfida colossale e per l'eliminazione del poliestere vergine ci vorrà molto tempo. Adidas, si legge nel report, è la più ambiziosa, con l'obiettivo di utilizzare solo poliestere riciclato dal 2024. Inditex (il gruppo di Zara e non solo) si è impegnata a utilizzare solo poliestere più sostenibile entro il 2025, mentre PVH Corp e H&MGroup hanno fissato obiettivi per il 2030. Inoltre Kering e VF Corp, sono le uniche aziende a indicare di essere già impegnate in progetti pilota incentrati sull'agricoltura rigenerativa. Insomma tra ambizioni e innovazioni la strada della transizione è certamente lunga.

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