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10 nov 2020
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Moda allo specchio, il Covid accelera trend e nuovi scenari

Pubblicato il
10 nov 2020

Duramente colpita dalla pandemia, la moda dovrà fare i conti con un’accelerazione dei trend in atto per sostenere il rilancio del settore. Dai nuovi consumatori al digitale passando per la sostenibilità, i temi sono al centro dell’incontro ‘The age of new Visions’, organizzato da Unicredit in collaborazione con Pitti Immagine, Camera Moda, Altaroma e Nomisma, e diviso in 3 tappe, di cui la prima è andata in onda da Firenze il 10 novembre.

Camera Moda - Camera Moda


“La pandemia ci ha proiettato cinque anni in avanti”, spiega Matteo Lunelli di Altagamma. “È un fenomeno traumatico che impone al sistema di non fermarsi. Le aziende devono aumentare gli investimenti per agganciare trend che già prima erano veloci e oggi hanno accelerato”. Inoltre, aggiunge Lunelli, “aumenta la contaminazione tra settori, con il lusso sempre più legato all’esperienza. Gruppi internazionali aprono o comprano hotel, marchi di moda entrano nel design e nell’alimentare, che – sottolinea – è esperienzialità pura. Si aprono grandi opportunità di nuove sinergie per il Made in Italy. È l’alba del ‘nuovo umanesimo’ del lusso aspirazionale basato su valori più autentici come condivisione e durabilità”, conclude.
 
Il settore deve affrontare una sfida difficile anche dal punto di vista istituzionale. “L’Italia ha un problema culturale ancora insuperato con la moda”, osserva Maria Luisa Frisa, fashion curator e direttore del corso moda alla Iuav di Venezia, “tenuta ai margini perché considerata frivola. Un pregiudizio che ha gravato moltissimo sulla valorizzazione del sistema. Occorre usare questo momento di transizione per ridefinirci e riprogettarci”, aggiunge Frisa.

Le fa eco Claudio Marenzi di Herno. “La politica prova quasi vergogna a parlare di moda”, sostiene. “Solo il governo Renzi si è occupato in prima persona del settore, mentre l’attuale esecutivo si dimostra disinteressato”. “Con il Covid”, prosegue l’ex numero uno di Confindustria Moda, “viviamo una tragedia che cambierà la nostra percezione della realtà, ma occorre ragionare nel lungo termine ad un ritorno alla normalità. Abbiamo assistito ad una grande accelerazione su tanti temi, ma molto tornerà come prima”, sottolinea Marenzi che, nel suo intervento, ripercorre le tappe della sua Herno, nata nel dopoguerra e cresciuta come manifattura conto terzi di lusso, vantando clienti come Hermès, Vuitton, Armani e Prada, per poi dedicarsi all’inizio del nuovo millennio al marchio di proprietà specializzato in capi funzionali a 360° vocato all’innovazione e dalla forte impronta green.
 
“A livello di sostenibilità abbiamo anticipato il settore rendendo le nostre fabbriche a impatto zero entro il 2012. Nel 2014 per primi in Europa con il gruppo Radici ed Eurojersey abbiamo mappato l’impronta ambientale di alcuni capi”, ricorda Marenzi, che osserva come la sostenibilità sia più europeo-anglosassone, mentre manchi una vera attenzione al green in Asia. “I Paesi del nord Europa sono più sensibili alla sostenibilità”, incalza Roberta Benaglia, Ad di Style Capital. “Sul tema sono meno pronti i mercati asiatici, che seguono logiche di crescita più tradizionali”. 
 
Benaglia affronta poi la sfida della digitalizzazione, che “non avvantaggia le aziende italiane, basate su un consumo domestico e, per questo, meno avvezze ad usare canali alternativi oggi indispensabili”. “Dobbiamo colmare il gap con le imprese americane, che nascono digitali perché si sentono lontane dal mondo. Oggi l’online in Europa vale il 10% delle vendite totali, mentre negli Usa raggiunge il 20/30%. Infine, i player domestici sono abituati a puntare su prodotto e qualità, mentre quelli stranieri su prezzo competitivo e prodotto accattivante. La vendita di qualità è ostacolata dal digitale, che al contrario aiuta il logo e lo shape”, conclude.

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