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29 ott 2021
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Marco Pocaterra: “La Digital Disruption per ora non cambierà gli acquisti di alta gioielleria”

Pubblicato il
29 ott 2021

“Nell’alta gioielleria non ho visto grandi cambiamenti nel post-Covid, ma il settore segue le tradizioni di sempre, venendo acquistata a seguito di rapporti da persona a persona. Perciò la Digital Disruption avverrà sicuramente anche in questo ambito, ma per ora interessa soprattutto i prodotti di basso prezzo”, lo ha affermato da Dubai il Diamond Expert Marco Pocaterra, partecipando all’ultima giornata del MFGS-Milano Fashion Global Summit, dedicata alla filiera.

Bulgari


“Infatti, soprattutto qui a Dubai (ma in tutto il Middle e Far East), una donna locale preferisce vedere e toccare da vicino il gioiello prima di acquistarlo, vuole percepirlo fisicamente”, ha continuato l’esperto italiano. “Un emirato di Dubai che da almeno 7-8 anni ormai, al fianco di Hong Kong, New York o Londra, è diventato uno degli hub multiculturali più importanti per definizione, se non il più importante. È questa la palestra in cui un venditore deve fare esperienza per capire le differenze multiculturali dei clienti e comprendere come approcciarli e gestirli”.
 
Il mondo degli orologi ha già avuto la sua rivoluzione nel mondo digitale, dopo l’avvento degli smartwatch, ma ora sarebbe interessante capire come cambierà il mondo del superlusso, e della gioielleria in generale. “Se ci riferiamo all’incremento delle pietre di sintesi, dei diamanti di laboratorio, più che un cambiamento vedo un’aggiunta”, prosegue Pocaterra. “Si tratta certamente di uno dei trend del futuro. Dei 320 miliardi di dollari che sono il turnover complessivo della gioielleria mondiale, 80 miliardi sono ottenuti dalla gioielleria con diamanti, circa 26 dei quali riferibili alle pietre in sé. Attualmente il 3-4% è generato da diamanti di laboratorio, che hanno gli USA come principale mercato. Un mercato mondiale che quest’anno salirà del 2-3%, ma nei prossimi anni crescerà in doppia cifra”.

La crescita di questo 2021 non sarà elevata, “perché il mondo non si muove ancora molto”, spiega l’esperto. “Il Giappone per esempio non riesce a soddisfare la richiesta della clientela cinese, che storicamente va a Ginza a comprare gioielli importanti. Tuttavia, le marche stanno implementando piani strategici importanti che condurranno ad una crescita costante del settore”, assicura.
 
E l’Italia? “Ha sicuramente sofferto tanto, perché non c’è stato il turismo”, puntualizza Pocaterra. “Hanno lavorato bene soprattutto i gioiellieri più attenti al territorio, che hanno alimentato un rapporto profondo con una clientela locale forte. Comunque, tendenzialmente i bilanci 2020 mostrano una contrazione del 30-40% rispetto al 2019. Alla fine del 2021 tutti registreranno una ripresa. Molto di frequente, i gioiellieri italiani stimano di andare sopra i dati del 2019, nonostante l’assenza di molti turisti e visitatori stranieri. Perciò il sentiment italiano è tranquillo”.
 
Nell’occasione, Marco Pocaterra ha presentato il libro “Top World Trasures”, che ha richiesto due anni di lavoro ed uscirà a dicembre a livello internazionale. Oltre alle principali marche di orologi e gioielli vi saranno “rappresentate quelle che chiamo le ‘cattedrali’ della gioielleria”, dice il Diamond Expert, “ovvero Rocca 1794, Pisa e simili. È un primo tentativo di rappresentare concretamente uno sviluppo che va controcorrente rispetto ad altri settori del Made in Italy”.

Damiani


Dopo anni di fuga di manodopera qualificata dall’Italia, quando le grandi maison sono andate a produrre in Oriente, in stati come lo Sri Lanka o la Cina, “stiamo assistendo a un reshoring, perché la manifattura di qualità del gioiello è sicuramente italiana, e parlo dei distretti di Valenza (dove recentemente anche Bulgari ha riportato una factory), Arezzo e Vicenza”, ha aggiunto l’esperto di pietre preziose.
 
Comunque, per Pocaterra questo tessuto produttivo orafo-gioielliero italiano ha un’aggregazione molto scarsa. “Come per il nostro libro: abbiamo registrato estreme polarizzazioni, da grandi entusiasmi a notevoli diffidenze, forse a causa di un certo campanilismo duro a morire”. I gioiellieri italiani sono un’industria nell’industria, che ha pesato per 1,2 miliardi di euro di fatturato complessivo lo scorso anno, ma in termini di comunicazione “ognuno fa una sua politica, spesso solo locale, non c’è una propensione al digitale”, precisa l’esperto di diamanti. “Tutti hanno un loro website, ma non necessariamente riescono a promuoverlo. Perciò l’editore Class ha colto questa opportunità e tra poco lancerà per la prima volta un ranking dei gioiellieri. Vedremo a cosa porterà”.

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