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Pubblicato il
9 nov 2022
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Made in Italy penalizzato da minore redditività e dimensioni più piccole, ma sempre fondamentale per il comparto del lusso

Pubblicato il
9 nov 2022

Nel corso del 27esimo Fashion Summit Pambianco-PwC, dal titolo “Il ruolo dell’Italia nel nuovo sistema moda mondiale. Prospettive e sfide future”, sono stati esposti i dati di una ricerca che ha messo a confronto le aziende del lusso italiane con quelle internazionali, dalla quale emerge come le nostre aziende siano mediamente penalizzate da una crescita più lenta e da una minore redditività, anche perché dimensionalmente più piccole.
 

La Borsa di Milano, sede del 27esimo FashionSummit Pambianco-PwC


Dei 15 gruppi del lusso analizzati (Armani , Brunello Cucinelli, Burberry, Chanel, Dolce&Gabbana, Hermès, Kering, LVMH, Moncler, OTB, Prada, Richemont, Salvatore Ferragamo, Valentino e Zegna), che hanno totalizzato un giro d’affari di 141 miliardi di dollari nel 2021, solo 4 sono di proprietà italiana e insieme rappresentano “solo” 8 miliardi (9% del totale). Inoltre, confrontando i margini EBITDA, tutti molto alti, la crescita dei brand internazionali è stata del 6,6%, mentre quella delle aziende italiane dello 0,9%. “È evidente che i grandi gruppi crescono maggiormente di quelli più piccoli”, spiega Alessio Candi, Consulting e m&a Director di Pambianco.

L’Italia si conferma però il primo produttore mondiale di beni di lusso, grazie a un tessuto produttivo di eccellenze e distretti che non ha uguali nel mondo. Dei 141 miliardi totali, 81 miliardi (il 57%) sono generati da abbigliamento, calzature e pelletteria; e di questi 81 miliardi il 78% è prodotto in Italia, sia in termini di manifattura (con 15 miliardi di ricaduta) sia di materie prime (2 miliardi di ricaduta).

“Purtroppo il segmento a monte nella filiera, che ci vede leader indiscussi, è però anche quello con minore redditività: nella catena del valore del prodotto di lusso, solo il 15% riguarda manifattura e materie prime, mentre l’85% del valore aggiunto è a valle”, spiega Candi. “In entrambi i segmenti c’è grande frammentazione, le prime 10 aziende realizzano un fatturato complessivo di circa un miliardo. Nella manifattura stiamo assistendo a due fenomeni: da un lato una significativa concentrazione, dall’altro la verticalizzazione dei grandi gruppi internazionali che acquisiscono imprese italiane (già presente da tempo nella pelletteria). Il comparto delle materie prime è quello in cui nasce il processo creativo, c’è molta artigianalità e altissima qualità, ma è anche quello più frammentato e che ha sofferto maggiormente della pandemia”.

Il made in Italy continua però ad essere molto importante, conclude Candi, in quanto fucina di nuovi progetti e centro nevralgico di creatività, produzione e approvvigionamento di prodotti di alta qualità.

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