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Reuters API
Pubblicato il
7 nov 2017
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Le grandi catene europee della distribuzione sfruttano i rifugiati siriani?

Di
Reuters API
Pubblicato il
7 nov 2017

Alcune delle più grandi catene europee attive nella distribuzione non riescono a frenare gli abusi ai quali sono soggetti alcuni profughi siriani impiegati dalle fabbriche turche che realizzano i loro vestiti, secondo le dichiarazioni di un gruppo che opera in favore dei diritti umani.

Topshop è uno dei dettaglianti nel mirino del BHRRC - Topshop


Il Business and Human Rights Resource Centre (BHRRC) ha infatti invitato i gruppi più negligenti su questo argomento – dal colosso Topshop al dettagliante a prezzi scontati Aldi – a migliorare la protezione dei lavoratori rifugiati. Dopo essere fuggiti dalla guerra che infuria in Siria, questi a volte si ritrovano ad essere sfruttati nel Paese che li accoglie.
 
Salari miseri, discriminazioni, lavoro minorile e condizioni di lavoro inaccettabili: secondo il BHRRC, i rifugiati siriani sono sottoposti a molti abusi nel settore turco del tessile-abbigliamento, che vale miliardi di dollari.

“Alcuni marchi di alta gamma hanno fatto progressi nella protezione di questi lavoratori, ma molti altri, come Aldi, Asda e Topshop, hanno ancora una lunga strada da fare”, afferma Phil Bloomer, direttore esecutivo del BHRRC. “Essi devono prendere esempio dai primi, e subito”.
 
L’organizzazione non governativa britannica ha studiato le regole e le pratiche in materia di protezione dei lavoratori di 37 grandi marchi europei, che annoverano tutti fabbriche turche nelle loro catene di fornitura.
 
Secondo lo stidio del BHRRC, molte aziende, come le catene di supermercati Aldi e Asda, e il dettagliante di abbigliamento Arcadia – che possiede i marchi Topshop, Dorothy Perkins e Miss Selfridge - non fanno abbastanza per porre fine a questo sfruttamento.
 
Asos, New Look, Next, SuperDry e Inditex (Zara) ottengono le valutazioni migliori dallo studio, davanti a C&A, Esprit e H&M. Asda e Arcadia si trovano dunque in fondo alla lista. Anche Puma, Hugo Boss, Nike e Monsoon figurano alla fine della classifica. D’altro canto, molte società, tra le quali Mexx, New Yorker, VF Corp e River Island, non hanno voluto partecipare.
 
Secondo l’organizzazione di beneficenza, molti marchi hanno aumentato gli sforzi per chiarire ogni aspetto della loro catena di fornitura rispetto allo scorso anno: i migliori hanno persino stabilito delle strategie specifiche per proteggere i rifugiati, per rispondere alle loro denunce e per avviare un dialogo con i gruppi di lavoratori.
 
Più di 3 milioni di rifugiati siriani – la metà dei quali non ha ancora compiuto 18 anni – sono fuggiti in Turchia per scappare dalla guerra, iniziata nel 2011.
 
Si stima che circa 650.000 di essi lavorino in Turchia, la maggioranza di essi nell’industria dell’abbigliamento. Eppure tanti non hanno il permesso di lavoro: secondo il BHRRC, sono quindi più esposti al rischio di abusi da parte dei loro datori di lavoro.
 
Un’indagine condotta da Reuters l’anno scorso ha messo in evidenza l’esistenza di bambini siriani che lavorano illegalmente in Turchia in fabbriche di vestiti, nonostante la legge turca proibisca il lavoro ai minori di 15 anni.
 
“La crisi dei rifugiati siriani costituisce una sfida complessa per i dettaglianti che si riforniscono in Turchia”, conferma Peter MacAllister, capo di Ethical Trading Initiative, un'alleanza di sindacati, di corporazioni e di organizzazioni attive nella beneficenza impegnate nel campo dei diritti dei lavoratori.
 
"I rifugiati sono particolarmente vulnerabili allo sfruttamento", ha precisato alla Thomson Reuters Foundation. "Ci sono ancora molti problemi da risolvere, ma prendiamo la situazione molto seriamente".
 
Un portavoce di Walmart, che controlla Asda, ha affermato che l’azienda vuole risolvere il problema in tutta la sua catena di approvvigionamento, concentrandosi sulle assunzioni etiche. Topshop non ha voluto fare commenti sullo studio di BHRRC, così come Aldi, Mexx e River Island.

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