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Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
24 mar 2022
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La sfida della creazione di nuovi materiali per chi cerca alternative alle pellicce animali

Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
24 mar 2022

Da anni l'uso della pelliccia animale è fonte di polemiche nel mondo della moda e del lusso. Campagne e azioni contro l'uso delle pelli degli animali hanno preso sempre più slancio negli ultimi decenni e la questione del benessere degli animali, che va ben al di là dell’attivismo ecologico, ha ricevuto estrema attenzione da un numero sempre maggiore di consumatori.

Géraldine Vallejo di Kering, Iris Douzet di PETA, Barbara Curto dell'Atelier Chardon-Savard e Arnaud Brunois di Ecopel - Fnw


Da parte sua, l'industria della pelliccia intende rispondere a tali preoccupazioni sviluppando etichette, come Welfur, relative al trattamento degli animali, ma il contesto ha dato impulso al mercato delle pellicce finte. A metà marzo, una conferenza che ha riunito il gruppo Kering, l'associazione PETA (People for Ethical Treatment of Animals), l'Istituto Chardon-Savard e l'azienda Ecopel, organizzatrice dell'evento, ha voluto evidenziare i progressi e le sfide di questo settore.
 
“Il movimento No fur, che è cresciuto notevolmente e ha saputo coinvolgere attori della moda e del lusso, è stato un acceleratore”, spiega Christopher Serfati, amministratore delegato di Ecopel, che nel 2021 ha ottenuto un fatturato di quasi 100 milioni di euro. “Grazie a progressi del settore e nuove tecnologie, abbiamo l'ambizione di offrire un'eco-pelliccia definitiva al top di gamma. Ciò passa attraverso dei nuovi sviluppi, per creare la pelliccia del futuro con materiali provenienti da fibre naturali”.

La distanza che gli attori del mondo del lusso stanno sempre più prendendo rispetto alla pelliccia animale rappresenta il vantaggio chiave per i produttori di pellicce finte. Kering ha iniziato a mettere in pratica questa strategia nel 2017 con marchi che offrivano pochissimi prodotti con pelliccia al loro interno. “I tempi stanno cambiando, la società anche, e così la definizione di ciò che è lussuoso”, spiega Géraldine Vallejo, direttrice dei programmi di sviluppo sostenibile di Kering. “Le generazioni più giovani hanno convinzioni molto forti su questi temi. Il signor Pinault ha avviato un dialogo su questo tema, ma non tutti i marchi si sono mossi allo stesso ritmo. Durante la pandemia, i riflettori sono stati puntati sull’abbattimento dei visoni e questo ha accelerato le cose. Certo, i direttori artistici devono mantenere le loro libertà creative, ma adesso è più facile convincerli, perché ci sono alternative di alta qualità. Il vantaggio è che alcune case di moda sostituiscono la pelliccia con materiali che le somigliano e altre lavoreranno il materiale in modo diverso. Si apre un universo di possibilità”.
 
“Abbiamo centinaia di referenze con molte lunghezze del pelo, colori sobri o esuberanti, e tante stampe”, spiega Arnaud Brunois, direttore della comunicazione e dello sviluppo sostenibile di Ecopel. “Le possibilità creative sono molto vaste e vanno ben oltre le materie prime di origine animale. In termini di prestazioni, vari studi hanno dimostrato che la loro protezione contro il freddo può essere equivalente a quella della pelliccia animale. La durata di vita è di circa 10 anni per le ecopellicce, contro i 30 anni per una pelliccia di visone ben tenuta, cioè conservata in una cella frigorifera per proteggere la pelliccia, che non tutti possono permettersi”.
 
Come Kering, molti marchi d’alta gamma si stanno disimpegnando dall'uso della pelliccia animale. “Crediamo che la pelliccia sia in una spirale negativa e che non si riprenderà”, ha spiegato Iris Douzet, dell'associazione per la difesa degli animali PETA. “Le indagini negli allevamenti hanno sensibilizzato molto le persone. La legge sul maltrattamento degli animali e i testi di legge contro l'allevamento di animali selvatici per la loro pelliccia sono in fase avanzata. Ma ci sono ancora allevamenti di orylag e angora. Quindi continuiamo a spingere contro l'uso della pelliccia. Perché non è glamour. E inoltre non si parla solo del lusso, la possiamo trovare nei pompon per cappelli o in piccoli prodotti venduti a 5 euro che provengono principalmente dalla Cina, realizzati con pelli [che] a volte [si sono dimostrate essere] di cani e gatti”.
 
Anche per questo la formazione tiene sempre più conto di queste domande sull'origine dei materiali e sulla nazione di provenienza dell’acquisto, non solo nella formazione dei creativi, ma anche dei vari professionisti che devono evolversi all’interno delle case di moda. “Per i nostri studenti, queste domande sono ovvie. E per la maggior parte di loro, è fuori questione lavorare con un marchio che non tiene conto del benessere degli animali”, spiega Barbara Curto, direttrice degli stabilimenti Atelier Chardon Savard. “Ma i dirigenti e i Product Manager devono essere formati in modo più specifico sulla moda etica. Noi insegniamo la tecnologia tessile ai nostri studenti, decifrando la composizione e l'origine delle materie prime”.
 
Sviluppare le alternative al petrolio
 
La provenienza dei materiali sta diventando essenziale in un settore della moda e del lusso in cui il consumatore chiede sempre più trasparenza. Kering al momento non lavora più con la pelliccia degli animali. D'altra parte, sta diventando sempre più vigile sulla composizione dei materiali alternativi.
 
“Abbiamo degli obiettivi ad orizzonte 2025”, spiega Géraldine Vallejo. “La scelta di smettere di usare la pelliccia è una presa di posizione etica, ma ogni materiale ha i suoi vantaggi e svantaggi. Ci sono problemi con i materiali sintetici, i coloranti utilizzati, i diversi criteri ambientali... Acrilico e modacrilico pongono problemi in quanto non c'è riciclaggio possibile per essi, e questi materiali a fine vita emettono delle tossine. L’idea non è di smettere con la pelliccia per poi fare del 100% sintetico. Formiamo le case di moda sulle opportunità e lavoriamo con i vari attori per progredire con le alternative”.
 
Perché se l'industria della pellicceria deve sopportare da tempo il peso maggiore delle campagne delle associazioni anti-pellicce, la sfida per gli attori della finta pelliccia sarà quella di offrire prodotti più eco-responsabili – ovvero che si distacchino dall'industria petrolifera.
 
“La nostra idea fin dalla nascita dell'azienda era quella di creare una strategia per offrire un'alternativa alla pelliccia animale”, spiega Arnaud Brunois. “A volte veniamo criticati per aver risolto un problema ma averne creato un altro. I sintetici esistono ancora e per il momento non possiamo farne a meno. Per uscirne, dobbiamo andare avanti nel riciclo, nella bioproduzione, nella creazione di materia prima da scarti vegetali come mais o canna da zucchero. È molto interessante realizzare monomeri e polimeri con residui vegetali. Per il momento questi materiali, prodotti ad esempio con Dupont, sono una miscela di materiali. Ma nei prossimi due o tre anni prevediamo di poter offrire delle generazioni di prodotti biofabbricati. Lavoriamo con la canapa, nella nostra unità francese Peltex, ma anche con l'ortica, la plastica recuperata dagli oceani... Siamo in una fase di transizione. Abbiamo un'offerta che per il 30% è composta da materiali virtuosi, contro lo 0% di pochissimi anni fa”.
 
Spinto dalle aspettative di un mercato alla ricerca di alternative a determinati materiali - criticati o perché di origine animale, o per il loro impatto sull'ambiente - lo sviluppo di nuove soluzioni è seguito da vicino dai player della moda e del lusso. Ecopel si mostra fiducioso in merito: il suo amministratore delegato ha comunicato che si appresta ad acquistare delle unità produttive in Spagna e in Italia.

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