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La seta di Como, il distretto che ha incantato le griffe del lusso

Pubblicato il
7 lug 2019
Tempo di lettura
4 minuti
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Tra i distretti industriali della Penisola, uno in particolare spicca per storicità e prestigio. È quello serico di Como. Culla di un prodotto di qualità, sinonimo di eccellenza nello stile - si pensi a cravatte e foulard - e oggetto del desiderio delle più blasonate griffe del lusso: la seta. Molti i volti che, qui, contribuiscono a renderla un vanto del Made in Italy nel mondo, da Mantero a Ratti passando per Sampietro, Clerici Tessuto e Tessitura Imperiali. Un dato su tutti è sufficiente a mostrare l’impatto globale di questo contenuto ma generoso lembo di terra, baciato dallo specchio d’acqua manzoniano, dove si produce l’80% di tessuti serici europei. A ricordarlo è Stefano Vitali, presidente dell’Ufficio Italiano Seta, incontrato da FashionNetwork.com per fare il punto sullo stato di salute del settore e sui suoi nuovi scenari di sviluppo, a partire dall’investitura di Como a città creativa Unesco 2019.

Stefano Vitali, presidente Ufficio Italiano Seta - DR


FashionNetwork.com: A che punto è la candidatura?
Stefano Vitali: Abbiamo superato la fase interna che ha promosso quattro città italiane per diversi ambiti creativi: Como per la seta, Biella per la Lana, Trieste per la Letteratura e Bergamo per i formaggi. Lo scorso giugno, il comitato promotore 'Como e Seta' (di cui Vitali è presidente, ndr) ha presentato la candidatura ufficiale con 6 progetti, di cui 3 nazionali e 3 internazionali, e il prossimo novembre avremo il verdetto. L’Italia avrà diritto a due posti a livello mondiale. Il riconoscimento potrebbe essere un volano per l’economia del territorio con importanti ricadute a livello culturale, turistico e occupazionale.

FNW: Quanto vale il distretto della seta a Como?
SV: Oggi sono circa 100 le aziende associate all’Ufficio Italiano Seta, che agisce nell’ambito di Sistema Moda Italia sebbene, al momento, operi esclusivamente nell’area comasca, che storicamente rappresenta ‘il’ distretto italiano della seta. Gli addetti sono 6.000 e il fatturato aggregato si aggira intorno al miliardo di euro, circa il 40% del tessile lariano che, includendo anche altre fibre come viscosa e poliestere, raggiunge i 2,4 miliardi di euro.

FNW: Quali sono i primi mercati di sbocco?
SV: In testa c’è la Francia, in particolar modo tutto il segmento dell’alta moda, seguita da USA, Inghilterra e Germania. Ultimamente sta avanzando la Cina, dove è in aumento la richiesta di nostri tessuti da parte di designer locali per realizzare un prodotto di qualità.
 
FNW: La seta italiana è legata a doppio ‘filo’ a quella cinese...
SV: Nel biennio 2017-18 la Cina ha allarmato l’intero settore portando il prezzo della seta greggia alle stelle, oltre i 70 euro al kg (+30%). L’impennata, dovuta a speculazioni e alla crescente domanda locale, ha fatto lievitare i costi delle seterie italiane, orfane di una via d’uscita, dato che il grande Paese asiatico realizza il 95% della produzione serica mondiale, pari a 40 milioni di kg l’anno, dei quali 1,5 milioni – di primissima qualità – destinati all’Europa. I fatturati sono calati, dopo che i brand si sono ‘rifugiati’ in altri tessuti meno cari, preferendo la strada della contaminazione, soprattutto con poliestere e viscosa. Oggi, i prezzi sono tornati a valori ‘normali’, scesi del 20/25% rispetto al picco massimo di un anno fa, e dovrebbero spingere nuovamente le vendite del settore.

Lo spettacolo della seta - @ratti


FNW: Come state affrontando il tema della sostenibilità?
SV: Il comparto si è da tempo attrezzato per ridurre l’impatto ambientale del proprio ciclo produttivo sperimentando nuove soluzioni ecocompatibili. Sono state adottate due modalità d’intervento differenti: da un lato l’impegno Detox di Greenpeace, che impone l’abbandono, entro il 2020, di 20 classi di sostanze chimiche ‘dannose’ per uomo e ambiente; dall’altro, il protocollo ZDHC, scelto dalla maggior parte delle aziende perché più 'flessibile' nelle tempistiche di realizzazione degli obiettivi.

FNW: I fornitori rispettano i vostri standard ambientali?
SV: Le fasi a monte della filiera sono difficili da controllare. Vengono eseguite in Cina e rimangono fuori dal raggio d’azione delle tessiture italiane. Il tasso di inquinamento nel Paese asiatico è molto elevato e la seta che sbarca da noi può arrivare già contaminata, soprattutto di alchilfenoli etossilati, i cosiddetti Apeo.
 
FNW: Il green è la via, ma a quale ‘prezzo’?
SV: Oggi, non poter usare particolari sostanze chimiche impedisce di riprodurre alcune importanti caratteristiche dei tessuti, come un colore nero ‘pieno’. Inoltre, investire in sostenibilità significa spendere tanti soldi. Certamente il ritorno dell’investimento ha un effetto positivo sull’immagine e sul rapporto con il cliente, ma quello che rimane all’azienda sono gli elevati costi da sommare a quelli esistenti.
 
FNW: La ‘nuova via della seta’ è un’opportunità per il distretto?
SV: Il piano del governo non ci avvantaggia, perché i cinesi sono sempre stati abbastanza ‘aperti’ nel mondo della seta per ragioni economiche, e non affronta il nodo delle ‘norme GB’ applicate ai tessuti che esportiamo in Cina. I test a cui sono sottoposte le merci d’importazione europea sono molto più rigidi di quelli esistenti sui prodotti in uscita. Come Ufficio Italiano Seta stiamo lavorando con il CIQ di Hangzhou (il bureau di controllo dell’import/export del Paese, ndr) per ottenere dei vantaggi in questo senso.

La seta per accessori - @clericitessuto

 
FNW: C’è spazio per una filiera della seta tutta italiana?
SV: Abbiamo stimato che il costo della seta raggiungerebbe valori elevatissimi, pari a circa 200 euro al kg. Le iniziative che si muovono in questa direzione finiscono per arenarsi in un nulla di fatto; a maggior ragione se si considera che gli antiparassitari usati oggi in agricoltura uccidono il baco (che si nutre delle foglie di gelso per produrre il bozzolo da cui si ricava la seta, ndr).


Le radici dell'industria serica risalgono, nell’area lombarda, alla fine del 1400 e sono riconducibili a Ludovico il Moro, promotore nel ducato di un’imponente opera di piantumazione di gelsi (o mori) per la gelsibachicoltura che, si narra, gli valse tale soprannome. Oggi, il distretto è un'eccellenza mondiale nella lavorazione del ‘filo d’oro’ mentre l'allevamento dei bachi rimane solo un ricordo, sebbene in queste zone abbia lasciato un’eredità culturale e manifatturiera intramontabile.

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