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La Moda proibita di Capucci, un film racconta la sua arte

Di
Ansa
Pubblicato il
today 10 apr 2019
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"Chi è nella Moda, è già fuori moda". Una frase che la dice tutta sulla filosofia creativa di un'icona della moda come Roberto Capucci, classe 1930, non uno stilista come gli altri, ma un artista prestato all'haute couture. Capucci è l'inventore degli abiti-scultura, quei capolavori di tessuto modellato come opere d'arte, che continuano a essere esposti nei musei di tutto il mondo, apprezzati dalle signore di un'epoca ormai finita.

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"C'erano Silvana Mangano, la principessa Pallavicini, la contessa Crespi. Eleganti e meravigliose sempre. Ora cammini in centro e vedi solo pizzerie e donnone con l'ombelico scoperto, lo slip che spunta dai pantaloni come l'orrida spallina del reggiseno, stivaletti a spillo bianchi, jeans tutti rotti. Che fascino è mai questo?". Certamente, come tutti i grandi couturier Capucci, definito da Christian Dior quando aveva solo 27 anni "il miglior creatore della moda italiana", avrebbe voluto il mondo popolato solo da donne eleganti. Ora, a raccontare la vita di quest'uomo geniale e controverso è un docu-film girato dal regista Ottavio Rosati, con la collaborazione alla sceneggiatura di Adriana Mulassano, presentato da Altaroma l'estate scorsa, ora in anteprima mondiale nel Museo dell'Ara Pacis a Roma e in home video in estate.

Titolo, La moda proibita - Roberto Capucci e il futuro dell'alta moda. "Fino agli anni Cinquanta”, ricorda Mulassano, “si parlava soltanto di creatori (da Paul Poiret a Schiapparelli, da Worth a Chanel, da Balenciaga a Madame Grès). A questa genia dal piglio artistico, dal gusto della ricerca colta, dalla creatività senza fine di lucro, appartiene Roberto Capucci. I suoi abiti sono opere d'arte che coniugano lo spirito del bello rinascimentale con un talento enfatico nella scelta dei tessuti, nello studio delle forme scultoree, nella maniacale cura delle lavorazioni del plissé e delle sovrapposizioni, nella ricerca unica dei colori pieni usati in gradazione o a contrasto quasi sempre con un gusto più indiano che europeo".

"Per sei anni”, rivela Rosati, “abbiamo seguito Capucci nei suoi viaggi in Europa per organizzare le sue mostre nei musei. Ho capito subito che avevo a che fare con artista. Lui stesso infatti ammette nel film: 'Dovevo decidere se diventare ricchissimo o essere me stesso'. Il mio docu è la prova che Capucci si è servito del denaro delle sue clienti per finanziare abiti-scultorei, come Oceano, dove sono stati impiegati 200 metri di seta plissé, tagliati in 1.500 pezzi di tessuto in 30 toni di colore del mare. Cinque mesi e cinque sarte per realizzarlo. Il titolo 'La moda proibita allude alla moda 'proibitiva' per gli alti costi costi da realizzare".

Nel film, prodotto da Plays srl con Jean Vigo Italia e distribuito dall'Istituto Luce Cinecittà, la figura di Capucci viene resa poetica utilizzando personaggi di fantasia disegnati da lui stesso: creature androgine ed etere come figure dell'Art Decò che diventano cartoon. "Rappresentano l'immaginario del maestro. Figure che guizzano tra le sequenze del racconto a scandire i giochi di stoffe con la materia dei sogni", spiega il produttore esecutivo, Francesco Marzano.

"Il film conferma che Capucci ha realizzato ciò che desiderava: ha voluto uscire dalla Camera della Moda”, ricorda Rosati, “per esporre le sue creazioni nei musei. Ora i suoi abiti appartengono al patrimonio culturale del Mibac".

Nel film girato tra Roma, Firenze, Torino, Napoli, Vienna, Milano, Parma, New York, si racconta del "no" di Capucci ad Anna Magnani, del "sì" a Silvana Mangano, a Pier Paolo Pasolini e a Rita Levi Montalcini, a cui impose per la consegna del Nobel un abito da gala con piccole ali e coda.

Il docu-film utilizza gli incontri avvenuti in occasione della mostra "Alla ricerca della regalità" nella Venaria Reale a Torino, "Roberto Capucci e i giovani" a Palazzo Moraldo a Milano, oltre alle testimonianze tra gli altri di Anna Fendi, della principessa Maria Pace Odescalchi, di Sylvia Ferino (direttrice del Picture Gallery at the Kunsthistorisches Museum di Vienna), di Eike Schmidt (direttore degli Uffizi) del soprano Raina Kabaivanska.

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