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10 nov 2020
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La moda italiana vede prossimi 12/18 mesi in calo del 13%

Pubblicato il
10 nov 2020

Ritorno alla normalità ancora lontano per l’industria della moda. Secondo l’analisi Nomisma realizzata su dati Istat, il clima di incertezza innescato dalla pandemia di Covid-19 grava sulle previsioni per i prossimi 12/18 mesi, con le aziende che stimano una variazione media del fatturato pari al -13%.

Pitti Immagine


Con oltre 338mila imprese e più di un milione di addetti, il fashion italiano ha registrato tra il 2018 e il 2019 un valore della produzione che sfiora i 133miliardi di euro, di cui 71 miliardi di export. Ma lo scoppio del virus ha invertito la rotta: dopo i primi nove mesi 2020 chiusi a -35% di fatturato, su cui ha inciso il -83% di abbigliamento e pelletteria in aprile, il periodo ottobre-dicembre è atteso in calo del 31%.
 
La contrazione della domanda, si legge nella ricerca presentata nella cornice del convengo digitale di Unicredit e Pitti Immagine “The age of new Visions”, è determinata non solo dalla chiusura dei negozi fisici, ma anche dal cambiamento dei flussi quotidiani (impattati dallo smart-working) e di quelli turistici e dal diverso approccio da parte dei consumatori in relazione alla limitata possibilità di spesa.

La sospensione dell’attività lavorativa e la chiusura dei tradizionali canali di distribuzione sono stati le principali criticità – indicate rispettivamente dal 77% e 44% delle aziende intervistate da Nomisma. Per il 36% il principale ostacolo è rappresentato dal cambiamento radicale delle esigenze dei clienti e del consumatore finale. Un’impresa su quattro ha invece individuato tra le criticità la sospensione degli eventi fieristici.
 
Il ‘Covid Impact’ sarà maggiormente avvertito sugli aspetti economici-finanziari: per 8 imprese su 10 sarà negativo l’effetto prodotto sul livello di attività e il 77% teme per gli effetti prodotti su operatività e sostenibilità economica aziendale. Per il 74%, anche la liquidità risentirà negativamente dell’emergenza sanitaria, mentre il 58% coglie invece un rischio sul fronte della concorrenza e della pressione dei prezzi. 
 
Lo shopping consapevole è in costante aumento. Un’impresa su due, infatti, attende impatti negativi sul fronte della domanda sia locale che internazionale, dal momento che già prima della crisi a consumi eccessivamente cospicui i consumatori preferivano un comportamento d’acquisto più equilibrato. Si prevede, quindi, un rinnovato desiderio verso un consumo più responsabile ed informato. In particolare da parte delle nuove generazioni, sempre più attratte da marchi con valori fermi e una chiara missione sociale.

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