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La moda italiana fa i conti con il coronavirus

Pubblicato il
5 mag 2020
Tempo di lettura
2 minuti
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Dopo l’ok del Governo alla ripresa delle attività produttive, scaglionata tra il 27 aprile e il 4 maggio, il sistema moda italiano fa i primi conti con il coronavirus. Nel periodo gennaio-marzo 2020, il fatturato delle aziende di tessile-abbigliamento-accessorio ha subito una battuta d’arresto in media del 36,2%. 

Un look Marni AI 2020-21


Lo rivela un’indagine del Centro Studi di Confindustria Moda sui danni causati della pandemia, che ha coinvolto 320 aziende del settore tra il 7 e il 17 aprile. Il 51% del campione ha accusato un calo del fatturato tra il -20% e il -50% rispetto al primo trimestre 2019, mentre il 20% ha registrato una flessione superiore al 50%.
 
In frenata nel primo trimestre dell'anno anche gli ordinativi del 40,5%, con cali tra il -20% e il -50% per il 46% delle aziende intervistate e di oltre -50% per il 29%. Solo il 10% dei rispondenti ha contenuto il trend negativo entro il -10%.

Il 76% delle aziende interpellate risultava chiuso al momento della rilevazione, realizzata nel pieno del lockdwon. L’89% ha previsto il ricorso agli ammortizzatori sociali con l’esito che l’84,9% della forza lavoro totale del campione potrebbe usufruirne.
 
In particolare, nel 72% dei casi il ricorso agli ammortizzatori ha interessato oltre l’80% dei lavoratori, in un ulteriore 12% dei casi ha riguardato una quota compresa tra il 60%-80%. Solo nel 4% dei casi gli addetti coinvolti non superano il 20% del totale. 
 
Dal report emergono le misure di sostegno chieste al governo per il rilancio del settore. Per circa l’80% delle aziende, gli assi prioritari di intervento riguardano le politiche di garanzia della liquidità e il ricorso agli ammortizzatori sociali.
 
Intanto, il prossimo 18 maggio, dopo circa due mesi di stop, anche i negozi della Penisola potranno rialzare le saracinesche, ma ad attenderli sono più i dubbi che le certezze. La proposta sostenuta dal presidente di Federmoda, Renato Borghi, di concedere ai commercianti la possibilità di restituire l’invenduto ha risvegliato vecchi attriti all’interno del mondo associativo, guadagnandosi la netta smentita di Confindustria Moda.
 
L’istituzione presieduta da Claudio Marenzi nega “in maniera categorica l’esistenza di dialoghi e accordi con Federazione Moda Italia rispetto alla presunta definizione di un diritto per i commercianti di restituire ai produttori la merce invenduta”.
 
“Come già accaduto in passato, anche questa è una notizia basata su dichiarazioni e comportamenti irrituali da parte dei vertici di Federazione Moda Italia-Confcommercio”, prosegue la nota di Confindustria Moda, che sottolinea di non poter “dialogare e concludere accordi su ambiti che per loro natura riguardano esclusivamente le libere scelte di ciascuna impresa associata”.
 
Nel suo intervento, Borghi lamentava la situazione critica dei negozi, “pieni di merce ancora imballata nei magazzini e destinata a rimanere in gran parte invenduta”. Il numero uno di Federmoda proseguiva invocando misure di sostegno alla liquidità “attraverso contributi a fondo perduto, zero burocrazia e una moratoria fiscale e contributiva al 30 settembre”. Nel retail moda sono a rischio estinzione 17mila punti vendita e 35mila posti di lavoro per oltre 15 miliardi di euro di giro d’affari.

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