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La moda al fronte

Pubblicato il
26 mar 2020
Tempo di lettura
3 minuti
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I colori e le silhouette visti sulle ultime passerelle sembrano solo un lontano ricordo. Da qualche tempo, la moda è scesa in trincea per combattere il virus. In un batter d’occhio, le aziende hanno iniziato a sfornare mascherine e camici, al posto del classico guardaroba.

La sfilata Fendi PE 2020 a Milano


A fare da apripista è stato il Gruppo Miroglio, seguito a ruota da Confindustria Moda con una call, amplificata sui social da Erika Andreetta (responsabile luxury goods PwC Italia), che ha raccolto nei primi giorni ben oltre 200 candidature. 
 
Il settore si è mobilitato per dare il proprio contributo e combattere l’emergenza, che sta portando al collasso il sistema sanitario nazionale. Allo schieramento di forze tessili, pronte a convertire le fabbriche alla produzione di dispositivi di protezione, si sono aggiunti anche grandi nomi, come Prada, Gucci e Armani.

La storia si ripete: sebbene ora si combatta un nemico invisibile, già nella Prima guerra mondiale l’industria tessile pratese ricevette ingenti commesse da parte dell’esercito italiano, soprattutto di tessuto per le coperte militari e per le uniformi.
 
Al netto delle iniziative solidali, la moda ha dovuto interrompere il suo ciclo, dopo l’emanazione dei decreti che hanno disposto, in un’escalation di misure restrittive, lo stop alle attività commerciali e produttive non essenziali (almeno) fino al 3 aprile. 
 
Fabbriche chiuse, ordini fermi, pagamenti congelati e incassi al palo. Comincia così una corsa contro il tempo, che mette a dura prova la sopravvivenza dell'intera filiera, costituita da piccole e medie imprese, incapaci di resistere ad un’inattività prolungata. 
 
Pesa l’incognita della durata del blocco: difficile tirare avanti senza vendere e dovendo comunque pagare i costi fissi, come mutui, tasse, salari, lamentano gli imprenditori.
 
Il mantra ‘andrà tutto bene’ non convince e si moltiplicano le richieste di aiuti al governo per gestire la crisi e porre le basi per il futuro rilancio. A suonare l’allarme è uno studio di Cerved: nello scenario peggiore, il comparto rischia una contrazione del fatturato fino a un massimo di 4,5 miliardi di euro (-4,9%) nel biennio 2020-2021.
 
Per il presidente di Camera Moda, Carlo Capasa, la moda dev’essere inclusa, insieme a turismo e trasposti, tra i settori considerati più a rischio dopo la crisi innescata dal coronavirus. Le misure invocate prevedono strumenti per salvaguardare i livelli occupazionali e fare fronte alla crisi di liquidità.
 
Confindustria Moda avanza l’idea di un patto con i locatori per sospendere gli affitti a brand e retailer, finché non sarà possibile riaprire i negozi, mentre Beraldo di OVS chiede lo slittamento verso fine anno per tutte le scadenze fiscali e contributive e un periodo di grazia per evitare che azioni esecutive portino ad una catena di fallimenti.
 
Le boutique chiuse bruciano 68 milioni di euro di vendite al giorno ricorda Camera Buyer. L’associazione che riunisce i top multibrand italiani suggerisce di saltare la collezione primavera-estate 2021 per organizzare la ripartenza e permettere lo smaltimento delle giacenze.
 
Secondo l’Istat, l’Italia sta precipitando in un clima di incertezza che non ha precedenti nell’intero dopoguerra. Rimane difficile, ad oggi, scorgere la fine del tunnel, dal momento che il numero dei contagi non accenna a diminuire. Ma come la civiltà greca ha dato alla luce i poemi omerici nel momento più buio della sua storia, così la moda potrebbe accogliere grandi cambiamenti in questa fase e sviluppare nuovi soluzioni creative, che (si spera) torneranno presto a brillare sulle passerelle di tutto il mondo.

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