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AFP
Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
22 apr 2020
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La fast fashion sarà costretta a cambiare modello di business a causa della crisi Covid-19?

Di
AFP
Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
22 apr 2020

Negozi chiusi da diverse settimane, fatturati quasi ridotti a zero, accumulo di scorte invendute, sempre meno liquidità disponibile: colpiti in pieno dalla crisi sanitaria, i marchi della moda, e in particolare quelli della fast fashion, sono costretti a prendere in considerazione di cambiare modello di funzionamento.

DR


A metà marzo, il colosso spagnolo dell’abbigliamento Inditex (Zara), che all'epoca aveva chiuso circa metà dei suoi 7.500 negozi globali, annunciò che “il Covid-19 [aveva avuto] un impatto molto significativo” sulle sue vendite nel primo trimestre del 2020.
 
Poco migliore la situazione del suo omologo svedese H&M, le cui vendite sono crollate del 46% in marzo a causa della chiusura del 70% dei suoi circa 5.000 negozi nel mondo.

Quanto a Fast Retailing (Uniqlo), il colosso giapponese si aspetta una diminuzione delle proprie vendite globali dell’8,8% nell’esercizio in corso.
 
In Francia, è già venuto il momento delle decisioni giudiziarie, in quanto il virus ha accelerato il declino di vari marchi di rilievo: il produttore di scarpe André è in amministrazione controllata e la catena La Halle (abbigliamento e scarpe), che possiede 860 negozi, è entrata in procedura di salvaguardia.
 
Per alcuni osservatori del settore, la quasi assenza di rientro di denaro fresco, sebbene, a quanto sembra, limitata nel tempo, rischia di determinare conseguenze importanti a medio o addirittura lungo termine.
 
“La maggior parte dei distributori non alimentari uscirà dalla crisi con basi finanziarie più deboli” e alcuni “potrebbero non essere in grado di ripristinare i loro livelli pre-coronavirus per qualche tempo, o persino non riuscirci mai”, ha dichiarato Guillaume Léglise, vicepresidente dell'agenzia di rating finanziario Moody's, in una nota agli investitori pubblicata lunedì.
 
“Sebbene la maggior parte dei distributori disponga di liquidità sufficiente per resistere a una breve interruzione [dell’attività], vi è incertezza sulla durata delle restrizioni e sulla capacità delle imprese di preservare” questa disponibilità di cassa, se le misure di blocco degli scambi commerciali venissero prolungate, aggiunge l'agenzia di rating, per la quale i più “gravemente colpiti” saranno coloro che possiedono “reti di negozi di grandi dimensioni, costi fissi elevati e presenza online scarsa o assente”.
 
Ma mentre l'Europa sta cercando di capire quando potrà riaprire i negozi, in altre parti del mondo sorgono problemi più drammatici. In Bangladesh, ad esempio, uno dei principali centri di produzione di abbigliamento al mondo, centinaia di migliaia di lavoratori si sono ritrovati senza lavoro dal giorno alla notte, dopo la cancellazione da parte dei grandi marchi mondiali di ordini per miliardi di dollari.

Lavoratrici del settore tessile bloccano una strada per reclamare i salari non pagati dopo la chiusura delle fabbriche che non ricevono ordini a causa della crisi del coronavirus, a Dacca il 15 aprile scorso - AFP/Archives


Interpellata dall’agenzia di stampa AFP, la direzione di Inditex, che produce il 40% dei suoi vestiti in Asia, ha dichiarato di mantenere “gli impegni di pagamento concordati con tutti i suoi fornitori, rispettando tutti gli ordini effettuati e quelli in corso di realizzazione”.
 
Da H&M, affermano che sono state adottate “svariate misure” in risposta al calo globale della domanda di abbigliamento, mirate ad “acquisti, investimenti, affitti e personale, tra gli altri” e che potenzialmente influenzeranno “decine di migliaia di dipendenti”.
 
Perché è davvero un cambiamento globale quello cui stiamo assistendo, sottolinea all'AFP Céline Choain, specialista di moda e distribuzione per lo studio Kea & Partners. Secondo l'analista, i volumi produttivi dovrebbero contrarsi, a causa dei flussi di merci “spostati” nel tempo, degli ordini per la stagione invernale “ridotti” e delle proiezioni degli ordinativi per il 2021 “limitate” a causa di impegni ritardati.
 
In seguito, “bisognerà lavorare sugli approvvigionamenti nel modo più flessibile possibile”, “mescolando circuiti corti e lunghi termini, indipendentemente dal livello di gamma”, sostiene la Choain. Secondo lei, l'intera questione si giocherà sul “variabilizzare i costi, che è molto importante in un settore fatto di costi fissi: salari, affitti, ordini”.
 
S’annuncia dunque un “cambiamento di modello” economico, che s’iscrive in due tendenze principali, sottolinea l'esperta: un “de-consumo d’abbigliamento, costretto o subito” e una “perdita reale di potere d'acquisto con una recessione ormai ufficiale”.
 
Anche se molti marchi, ovvero quelli che si sono posizionati sulla “creazione di emozione e significato”, ne usciranno meglio di altri, prevede Céline Choain, diversi dei quali saranno inghiottiti dai loro concorrenti.

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