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Pubblicato il
25 feb 2013
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La Cina, con Hong Kong, diventa il primo cliente del prêt-à-porter femminile francese

Pubblicato il
25 feb 2013

Per la prima volta, la Cina e Hong Kong passano davanti agli Stati Uniti tra i clienti all'esportazione del prêt-à-porter femminile. Altra novità: l’Unione Europea non ha più la maggioranza in questa attività nell'export.


Così, se le esportazioni di prêt-à-porter femminile sono progredite del 3,4% nel 2012, solo il 49,3% del loro totale era destinato all'Europa a 27, contro il 56% del 2011. "Questo calo è dovuto a due fattori", spiega François-Marie Grau, segretario generale della federazione francese del prêt-à-porter femminile. "Innanzitutto il mercato europeo è poco dinamico, con esportazioni in calo. In seguito, la sua quota diminuisce di fronte al calo di alcuni mercati d'esportazione di grandi dimensioni, che rappresentano oggi la prima leva per la crescita del business per le aziende". Solamente il Regno Unito sembra fare eccezione, con esportazioni in aumento del 10%, dopo un +11,5% e un +5,3% nei due anni precedenti. "Forse per il fatto che si tratta di un mercato fuori dall'Euro".

Ma l'altra grande rivelazione di quest'anno 2012 è l'arrivo della Cina (con Hong Kong), alla testa della classifica. Fino ad oggi 1° cliente della Francia, gli Stati Uniti hanno rappresentnato l'anno passato l'8,9% delle esportazioni, piazzandosi per la prima volta dietro la Cina (3,6%) e il suo hub di Hong Kong (5,8%). E questo benché per la prima volta calino le esportazioni verso la Cina. "Si ritrova in effetti il medesimo contesto dell'anno precedente, con l'aumento del costo del lavoro, dei prezzi delle materie prime e lo spostamento verso la domanda interna", precisa François-Marie Grau.

Dopo aumenti del 3,4 e del 5,5% nel 2010 e nel 2011, le importazioni di prêt-à-porter femminile ottengono invece una diminuzione del 3,3% nel 2012. Calo che si fa particolarmente sentire in Asia, che rappresenta il 54,2% delle cifre importate, e che ottiene un calo dell'1,1% rispetto al 2011. La Cina è quindi interessata per la prima volta da un ribasso, con 0,4 punti percentuali in meno, al 38,3% degli importi.

Di conseguenza, se il Bangladesh aveva ottenuto per il 3° anno consecutivo un incremento (del 18,1%) l’anno scorso, altri Paesi con importazioni di grandi dimensioni non hanno avuto quersta fortuna, come l'India (-17,3%) e il Vietnam (-3,2%). Sul versante del sourcing di vicinanza, la Tunisia e il Marocco accusano diminuzioni rispettivamente dell'11,3 e del 4,1%. In compenso, la Romania aumenta del 13,5%. «Non è un caso se le nazioni che ottengono tali aumenti sono quelle che, nelle loro rispettive aree, hanno i più bassi costi del lavoro», puntualizza Jean-Pierre Mocho, presidente della Federazione.

Matthieu Guinebault (Versione italiana di Gianluca Bolelli)

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