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Pubblicato il
14 ott 2020
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Kidiliz: le difficoltà del gruppo francese mettono a rischio 600 posti di lavoro in Italia

Pubblicato il
14 ott 2020

Le grosse difficoltà in cui versa il gruppo francese di moda bambino Kidiliz (marchi Z, Catimini, Absorba, 3Pommes, Chipie…, licenze produttive Kenzo Kids, G-Star…) non risparmiano il ramo italiano della società, con 600 posti di lavoro che paiono a forte rischio. Lo indicano fonti sindacali.

Catimini è uno dei marchi del gruppo Kidiliz


Fondato nel 1962 a Saint-Chamond, il gruppo Kidiliz (ex Zannier) è diventato nel 2018 di proprietà del gruppo cinese Semir, uno dei leader nel settore dell’abbigliamento per l’infanzia nel suo Paese. Lo scorso luglio, Kidiliz ha assunto uno specialista del settore, Patrick Puy, esperto in ristrutturazioni aziendali e tuttora Presidente del gruppo Vivarte e Presidente del CdA dell’azienda di cosmetica Alès Groupe, con il compito di trovare fondi per il piano di ristrutturazione.
 
Ma lo scorso 10 settembre è giunta la notizia che Kidiliz è stato posto in amministrazione controllata dal tribunale commerciale di Parigi. “Il gruppo Semir non ha fatto molto per migliorare il funzionamento di Kidiliz e la crisi del Covid-19 ha solo peggiorato la situazione per il gruppo”, aveva spiegato allora in una conferenza stampa telefonica lo stesso Puy, che aveva rincarato la dose rivelando come il gruppo asiatico non avesse voluto rifinanziare l’attività del gruppo con i 30 milioni di euro necessari, condizione per ottenere un prestito garantito dallo stato francese di circa 50 milioni di euro.

L’inazione del gruppo cinese avrebbe quindi fatto precipitare ulteriormente la situazione già non rosea della realtà transalpina che, come molti altri suoi colleghi della distribuzione, ha dovuto pure scontare i pesanti effetti che la crisi sanitaria globale del Covid-19 ha riversato sul business dei player di abbigliamento per bambini. E così, sempre secondo Patrick Puy, il gruppo Kidiliz dovrebbe concludere il 2020 su un fatturato di circa 260 milioni di euro, contro i 380 milioni dell’anno precedente e i 427 milioni del 2017, e un EBITDA di -80 milioni di euro, contro i -23 milioni di un anno prima.

Patrick Puy - DR


Una situazione che si ripercuote sulla filiale italiana del gruppo francese, i cui lavoratori hanno deciso di rivolgersi ai sindacati. Infatti, la data limite per la presentazione delle offerte (15 ottobre) è ormai arrivata, mentre la decisione del tribunale parigino dovrebbe essere resa nota tra fine ottobre e inizio novembre, ma i dipendenti italiani di Kidiliz lamentano di essere stati lasciati all’oscuro di ogni evoluzione sul procedimento di cessione e di successivo rilancio della società, il cui esito “è incerto e ad oggi non ci sono informazioni chiare sul destino dell’azienda e dei dipendenti”, indica un comunicato congiunto delle sigle sindacali Filcams CGIL, Uiltucs UIL e Fisascat CISL.

Le lavoratrici e i lavoratori di Kidiliz in Italia lamentano che non vi è “alcuna garanzia che possano esserci investitori interessati al ramo italiano del gruppo, anche perché non è stata data adeguata comunicazione di tale bando in Italia né tantomeno sono stati coinvolti i livelli istituzionali del nostro Paese” (sarebbero 9 le offerte per ora pervenute, secondo Puy: 4 provenienti da fondi e 5 da aziende concorrenti, ndr.).
 
“Agendo con maggior tempestività nella pubblicazione del bando di vendita ed eventualmente aprendo una procedura omologa anche in Italia”, aggiungono i sindacati, “che ancora potrebbe essere aperta come “procedura secondaria”, si sarebbe potuto raggiungere un ventaglio più ampio di possibili acquirenti”, senza lasciare che la gestione della procedura si svolgesse tutta oltralpe.

Uno store Z


In Italia questo significa che è in bilico il destino occupazionale di 600 persone distribuite su una rete di circa 150 negozi, sparsi in tutto lo Stivale e principalmente a marchio Z, che temono il ricorso a licenziamenti collettivi e hanno perciò indetto uno stato di agitazione in tutto il territorio nazionale.
 
I sindacati indicano che la continuità operativa dell’azienda è in dubbio, mentre le lavoratrici si vedono sospesa parte delle retribuzioni e degli istituti contrattuali, e si dicono desiderose di portare alla luce una condizione insostenibile, con un’assoluta mancanza di informazioni e negozi aperti ma privi di merce.

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