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AFP
Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
25 apr 2016
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Julien Dossena (Paco Rabanne): “A Parigi c'è una nuova guardia, una nuova generazione che emerge”

Di
AFP
Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
25 apr 2016

Il direttore artistico del marchio Paco Rabanne, Julien Dossena, 33 anni, presidente della giuria moda del Festival di Hyères, giudica l'attuale periodo “interessante” e pieno di “opportunità” per i giovani stilisti, nonostante le difficoltà.

Julien Dossena - Foto: Patrick Demarchelier


Il bretone, che era stato premiato nell'edizione 2006 del festival, ha lavorato in particolare per Balenciaga prima di essere nominato nel 2013 DA di Paco Rabanne, marchio di punta negli anni '60 al quale ha dato nuovo slancio.

E' più facile per un giovane stilista lanciarsi oggi rispetto a dieci anni fa, data del suo debutto?

JD: E' sempre molto difficile. Questo mestiere richiede un sacco di lavoro, di passione, di ambizione e di resistenza, In questo senso, fare lo stilista non è cambiato. Il panorama però è cambiato. Dieci anni fa, il solo valore importante era di entrare a far parte di una grande Maison o di farne rivivere una. Ora invece le creazioni di marchi nuovi sono super importanti e questo è molto eccitante. A Parigi, c'è una nuova guardia, una nuova generazione che sta emergendo. E' un periodo interessante per un giovane designer, ricco di opportunità. Ci sono molte persone che si sono messe a sfilare a Parigi, come Glenn Martens di Y/Project, Léa Peckre (premiata al Festival di Hyères nel 2011). Ho l'impressione che ci sia tanta voglia di vedere all'opera dei giovani stilisti da parte della stampa e dei buyer.

Quali sono le qualità che cercate nei candidati?

JD: Sono molto sensibile alle riflessioni sull'attualità. Sento che questo è molto contemporaneo e molto moderno. Al di là delle qualità formali e plastiche e della realizzazione, dello sforzo pratico messo in opera, mi piacerebbe imbattermi in candidati che si pongano degli interrogativi moderni, sul mondo, sull'abbigliamento, sul perché questo, cosa vuol dire politicamente quell'altro, ecc.

Come le questioni sul genere?

JD: Nelle collezioni per uomo o donna [presentate dai candidati], ci si rende conto che i generi dei vestiti non vengono presi in considerazione, non vi è necessariamente un abito [pensato solo] per una ragazza o una tuta da jogging per un ragazzo, tutto è molto mescolato. Si ha l'impressione che per questa nuova generazione la questione del genere si sia completamente disintegrata, in senso buono, che non sia nemmeno più veramente presa in considerazione, e che tutto sia fatto in modo molto naturale.

Quale ruolo ha giocato nella sua carriera il festival di Hyères, dove ha vinto il premio speciale della giuria e il premio 1.2.3?

JD: Un ruolo molto importante! Era la fine dei miei studi (alla scuola di La Cambre a Bruxelles) e corrispose con i miei primi passi nell'industria. Per la prima volta incontravo la stampa, alcuni buyer, i maggiori professionisti del settore. Ho fatto una capsule collection per il marchio 1.2.3, ed era la prima volta che conoscevo dei team veri, per realizzare dei vestiti veri, venduti in boutique reali! Essa ha finanziato tutta la fine dei miei studi e mi ha permesso di avere una prima esperienza sul mio CV.

Versione italiana di Gianluca Bolelli; fonte: AFP

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