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Pubblicato il
29 mag 2012
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Italiani e moda: evoluzione nelle abitudini d'acquisto

Pubblicato il
29 mag 2012

Cotton Usa, brand che identifica i capi realizzati con cotone americano, ha presentato oggi a Milano i risultati della settima edizione del Global Lifestyle Monitor, osservatorio che ogni due anni indaga le tendenze nel tessile e le preferenze di consumo e acquisto degli italiani per quanto riguarda la moda, il tessile casa e le fibre naturali. La ricerca, realizzata da Ipsos per conto di CCI (Cotton Council International), è stata condotta su un campione di 500 persone dai 15 ai 54 anni, intervistate telefonicamente nel mese di marzo 2012.

Prima di parlare dei risultati nei dettagli va sottolineato che l’attuale situazione economica ha un peso sulle scelte e sulle preferenze degli italiani. Un primo esempio puo’ essere visto nell’aumento degli acquisti fatti dai nostri connazionali durante il periodo dei saldi: l’87% rispetto al 79% nel 2010, con il 37% di essi, rispetto al 27% del 2010, che si dice disposto a sacrificare un po’ la qualità in favore del prezzo. Rispetto all’anno precedente, il 65% degli intervistati dice di aver acquistato meno abbigliamento, mentre il 35% ha comprato in misura uguale o superiore. Il budget disponibile per gli acquisti di abbigliamento, in effetti, è sceso per il 60% delle persone, mentre per il 40% è rimasto uguale o superiore.

Ma cosa vuol dire qualità per gli italiani? Significa innanzi tutto un capo “ben fatto” (36%), materiale resistente (35%) e un capo che dura nel tempo (26%). Lo “stile” viene indicato solo nel 13% dei casi come elemento di qualità. I capi in fibra naturale sono sinonimo di qualità e i consumatori, circa il 74% degli intervistati, si è detto pronto a pagare di più perché gli indumenti siano fatti di cotone, fibra che è anche ritenuta la più adatta alla moda attuale dal 65% di loro.

“Fare acquisti resta una passione per gli italiani, che sono leader in Europa per la spesa pro capite per l’abbigliamento: 3 su 4 affermano che amano fare shopping, almeno una volta al mese, soprattutto di abbigliamento (34%), ma anche di scarpe (23%), elettronica (21%), prodotti tessili per la casa (7%), accessori moda (5%) e cosmetici (4%)” ha spiegato Kevin Latner, Executive Director di Cotton Council International, durante la sua presentazione milanese.

Il luogo preferito lo shopping d’abbigliamento, ha indicato, rimane il negozio indipendente, dove il 25% degli intervistati acquista la maggior parte dei propri capi, ma si tratta di un trend in diminuzione rispetto al passato (37% nel 2010). Cresce poi la preferenza per i negozi in catena, dove il 14% acquista la maggior parte del proprio guardaroba (era il 2% nel 2010).

I fattori più importanti nella decisione d’acquisto sono la qualità, la composizione in fibra (ben il 94% dei consumatori italiani controlla l’etichetta almeno qualche volta prima di acquistare un capo), il prezzo e la performance – fattori che pesano per oltre il 90%.

Gli italiani si dichiarano, invece, piuttosto indifferenti alla marca (il brand pesa per il 37%) e al fatto che i capi siano indossati da personaggi famosi (un fattore che pesa solo per il 10%). Il punto vendita rimane determinante nella scelta (pesa infatti per il 55%) e anche famiglia e colleghi (32%) influenzano le scelte di acquisto, oltre ai capi già presenti nel guardaroba (32%) e alle proposte viste sulle riviste (23%).

Interessanti, in ultimo, i dati sullo shopping online: il 26% degli italiani compra abbigliamento su internet (percentuale che sale al 36% negli under 35), mentre l’11% acquista tessile casa sul web.

Per quanto riguarda il mercato dell'abbigliamento e del tessile in Europa, il Prodotto Interno Lordo è cresciuto del 2% nel 2011 e ci si attende un calo dell’1% nel 2012. L'Italia rappresenta il 13% del PIL europeo, che corrisponde a 2.200 miliardi di dollari (circa 1,6 mld di euro), preceduto dalla Germania (20% del Pil), la Francia (16% del Pil) e il Regno Unito (14% del Pil). Nel 2011 il 19% della spesa totale europea per l’abbigliamento è rappresentato dall'Italia, con 79 miliardi di dollari (circa 62 mld di euro), a parimerito con la Germania che ha messo anch'essa a segno un 19% e seguita dal Regno Unito (17%), dalla Francia (13%) e dalla Spagna (7%).

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