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Italia: prezzi ancora in frenata, deflazione improbabile ma rischi

Di
Reuters
Pubblicato il
1 apr 2014
Tempo di lettura
3 minuti
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Inflazione in frenata come da attese ai minimi dal 2009 in Italia a marzo, in un contesto di generale debolezza della dinamica dei prezzi nell'intera zona euro, che aumenta la pressione nei confronti della Banca centrale europea affinché adotti delle misure per scongiurare il rischio deflazione. Rischio che, comunque, a detta degli analisti, non dovrebbe materializzarsi né in Italia né in Europa, sebbene i prezzi siano destinati a rimanere sottotono nei prossimi mesi.

L'inflazione in Italia a minimi in marzo dal 2009 (Foto: Reuters)


Secondo i numeri preliminari diffusi lunedì 31 marzo dall’Istat, l'indice nazionale dei prezzi al consumo (Nic) a marzo ha frenato a 0,4%, su base annua, da 0,5% di febbraio, in linea alle attese raccolte da Reuters tra gli economisti in un sondaggio. In discesa, in linea alle attese, anche l'inflazione armonizzata ai parametri europei (Ipca), che a perimetro annuo ha frenato allo 0,3% dallo 0,4% del mese precedente. Sia per il dato nazionale che per l'armonizzato si tratta dei minimi dall'ottobre 2009.

"Continua la dinamica di debolezza dei prezzi, ma non vediamo segnali deflattivi legati alla debolezza della domanda", commenta Paolo Mameli, economista di Intesa Sanpaolo, che sottolinea come le voci di spesa più sensibili da questo punto di vista, come 'servizi ricettivi e ristorazione' e 'spettacoli e cultura' mostrino una tenuta maggiore rispetto ad altri capitoli, con aumenti tendenziali rispettivamente dello 0,9% e dello 0,7%. "Non ci sono segnali che i consumatori tendano generalmente a posticipare gli acquisti, che è uno dei primi indizi di deflazione", aggiunge Mameli.

Esclude uno scenario deflattivo anche Paolo Pizzoli, economista di Ing, secondo cui quello di marzo potrebbe rappresentare il punto di minimo, e già nei prossimi mesi dovrebbe materializzarsi una lenta ripresa. "Al momento non c'è un campanello d'allarme, anche se le pressioni sui prezzi resteranno modeste, dal momento che la compressione del reddito disponibile e la debolezza del mercato del lavoro inducono i consumatori a una certa prudenza", spiega.

Sul dato di marzo, sottolineano inoltre gli economisti, potrebbero aver inciso fattori temporanei, non legati alla dinamica della domanda. Uno di questi è la tempistica delle festività pasquali, che l'anno scorso cadevano a marzo, mentre quest'anno saranno ad aprile inoltrato, quando verosimilmente si concentreranno gli aumenti delle voci più legate alle vacanze.

Altro fattore distorsivo potrebbe essere l'inverno particolarmente mite, che ha contenuto ulteriormente la pressione sui prezzi degli alimentari freschi, a differenza dello scorso anno. Tali fattori, a detta di Marco Valli, economista di UniCredit, hanno sicuramente avuto un peso nella frenata registrata dall'inflazione a livello di zona euro, dove i prezzi al consumo hanno registrato una discesa allo 0,5% dallo 0,7% del mese precedente, mentre le attese convergevano su un calo più contenuto allo 0,6%.

Si tratta del sesto mese consecutivo sotto la soglia dell'1%, definita "pericolosa" dal presidente della Banca centrale europea Mario Draghi. Proprio il legame con fattori legati alla stagionalità potrebbe frenare Francoforte dall'adottare misure espansive nel consiglio di politica monetaria di questo mese, in agenda giovedì, nonostante le prime aperture da parte della Bundesbank a un piano di ‘quantitative easing’, come sottolinea Valli in una nota.

"Le misure per contrastare la bassa inflazione sono piuttosto 'hard', e sostanzialmente si basano su acquisti di asset, e non ci aspettiamo vengano messe in campo, a meno che venga messo in dubbio lo scenario di debole ripresa dell'economia", conferma Mameli. Per quest'anno, secondo le previsioni trimestrali dello staff di Francoforte rese note un mese fa, la Bce prevede un Pil in crescita dell'1,2% e un'inflazione all'1%. Sembra più verosimile che vengano implementate manovre "cosmetiche", come un taglio del costo del denaro, già al minimo storico dello 0,25%, "che tuttavia avrebbe effetti limitati sui prezzi", riflette Mameli.

La debolezza dell'inflazione europea, sintomo della debolezza della ripresa dell'economia, continua intanto a preoccupare il Fondo monetario internazionale, che per bocca del direttore del dipartimento europeo Reza Moghadam invoca una maggiore incisività dell'azione da parte di Francoforte. In un report dedicato all'argomento, l'agenzia di rating Moody's, pur ritenendo improbabile uno scenario di deflazione sostenuta e generalizzata nella zona euro, avverte come la combinazione di un periodo prolungato di bassa inflazione e bassa crescita avrebbe effetti egualmente dannosi.

In particolare comporterebbe una riduzione delle entrate dei governi e "aumenterebbe il peso del debito in termini reali". Per l'Italia, in particolare, se tale scenario, che è nel novero delle possibilità, si materializzasse, la traiettoria del rapporto debito/Pil, attualmente al 133% circa, non si incanalerebbe su una china discendente, risultando nel 2018 di 12 punti più alto rispetto allo scenario di base. Ovvero il 137%, anzichè il 125%.

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