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Reuters
Pubblicato il
3 ott 2019
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Inchiesta diamanti: la procura di Milano chiude l'indagine

Di
Reuters
Pubblicato il
3 ott 2019

La Procura di Milano ha chiuso l’inchiesta sui diamanti venduti attraverso il circuito bancario che vede ora indagate 87 persone fisiche, rispetto alle precedenti 68, e sette società, di cui cinque istituti di credito. 

reuters


È quanto emerge dall’atto di chiusura inchiesta che Reuters ha potuto leggere. Si tratta dell’atto prodromico di norma alle richieste di rinvio a giudizio da parte della procura. 

L’inchiesta nel febbraio scorso aveva portato al sequestro di oltre 700 milioni ai due broker di diamanti IDB (Intermarket Diamond Business) e DPI (Diamond Private Investment) e a Banco BPM, alla controllata Banca Aletti, a UniCredit, a Banca MPS e a Intesa Sanpaolo. 

I reati ipotizzati, a vario titolo, sono truffa, autoriciclaggio, riciclaggio, corruzione fra privati e, solo per Banco Bpm e un suo dirigente, ostacolo all’autorità di vigilanza. 

Le parti offese, cioè i clienti che ritengono di essere stati danneggiati e intendono partecipare al processo, sono salite a 297, si legge nell’atto. 

Tuttavia, la PM Grazia Colacicco, che ha coordinato l’inchiesta condotta dal Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Milano, ha disposto uno stralcio lasciando ancora aperto un fascicolo bis in cui raccogliere le decine di altre persone che stanno continuando a presentare richiesta di essere riconosciute come parti lese. 

La procura sostiene, si legge nell’atto, che IDB e DPI con la consapevole partecipazione delle banche abbiano condotto la presunta truffa sino al dicembre 2016. 

Va precisato che a partire dal 2017, dopo la multa decisa dall’Antitrust, tutte le banche, ad eccezione di Banco BPM, hanno iniziato a restituire integralmente il denaro ricomprando le pietre al prezzo originario.

Diversamente, Banco BPM riconosce la differenza fra il presunto valore effettivo dei diamanti e il prezzo pagato a suo tempo, lasciando le pietre in mano ai clienti. 

Rispetto al decreto di sequestro di febbraio, all’elenco degli indagati, oltre ai già noti dirigenti delle altre banche, la procura ha anche aggiunto i nomi di tre manager apicali dell’epoca di UniCredit: Gabriele Piccini, country chairman Italy dal 2010 al 2016 e oggi dirigente del gruppo Intesa, Remo Taricani, responsabile Sales & Marketing Retail dal 2013 al 2016 e oggi co-responsabile del Commercial Banking Italy, e Renato Miraglia, head of Investment Products Italy fino al 2016.
 
Secondo l’atto di chiusura inchiesta, tutti e tre “sollecitavano la rete della banca a una maggiore produttività... avendo contatti diretti con la società IDB”. 

Il legale dei tre manager, contattato da Reuters per email, non ha al momento rilasciato commenti. 
Intesa Sanpaolo, MPS e Banco BPM, contattati da Reuters, non commentano. Non è stato possibile al momento avere un commento da UniCredit. I legali delle società IDB e DPI non hanno risposto a una email con richiesta di commento da Reuters

La procura cita: commissioni di intermediazione sulla vendita delle pietre che andavano da un minimo del 12% fino a un massimo del 24,5% per le banche coinvolte, quando qualunque altro prodotto finanziario fruttava loro fra l’1 e il 2%; direttive interne che avrebbero spinto i funzionari a consigliare l’acquisto del presunto “bene rifugio” ai clienti degli istituti; regali in viaggi, gioielli, reperti archeologici da parte delle società che gestivano in duopolio il business dei brillanti “da investimento” ai dirigenti di banca perché promuovessero il loro prodotto; l’adesione di uno dei broker agli aumenti di capitale di due banche. 

L’operazione, secondo l’accusa, ha potuto aver successo solo grazie al fatto che, pur essendo un rapporto contrattuale fra il cliente e il broker, i contatti, le trattative e le firme avvenivano all’interno delle varie filiali delle banche per sfruttare “la fiducia riposta (dai clienti) nel proprio istituto di credito”. 

Quindi, si legge, ai clienti veniva proposto l’acquisto di diamanti come “bene rifugio” a “liquidabilità certa”, un prodotto finanziario che avrebbe garantito rendimenti fra il 2% e il 5%. Ai clienti inoltre, si legge ancora nel decreto, veniva fatto credere che il prezzo pagato fosse il valore effettivo della pietra, mentre in realtà comprendeva il 20% di IVA, le commissioni alle banche, i costi della società venditrice (assicurazione, deposito). E quindi dalle perizie il valore effettivo dei diamanti è risultato essere in realtà fra il 30% e il 50% del prezzo pagato. Per di più il cliente avrebbe potuto chiedere di vendere le sue pietre solo pagando una ulteriore commissione dal 7 al 16% ai broker in funzione della durata dell’investimento. 

Inoltre, si legge ancora, in sede di trattativa veniva utilizzato il termine di “quotazioni” per le pietre “convincendo i clienti dell’esistenza di un mercato ufficiale regolamentato dei diamanti”, quando in realtà si trattava di un “listino prezzi” elaborato dalle due società.

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