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Gianluca Bolelli
Pubblicato il
19 mag 2020
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Il lusso riprende la produzione con i subappaltatori che annaspano

Di
AFP
Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
19 mag 2020

Dopo settimane di blocco forzato, il settore del lusso sta gradualmente riavviando le produzioni in Italia e Francia, in un ecosistema fortemente indebolito dalla pandemia di Covid-19 e numerosi subappaltatori in difficoltà.

La fabbrica Louis Vuitton di Beaulieu-sur-Layon, vicino Angers - Olivier Guyot - FashionNetwork.com Archives


Il recente deconfinamento della Cina - mercato chiave, che rappresenta il 35% degli acquisti di lusso in tutto il mondo per valore - poi dell’Europa, e la ripresa dei consumi con la graduale riapertura dei negozi, hanno permesso ai grandi gruppi di rilanciare progressivamente le proprie unità produttive. “Abbiamo ripreso gradualmente a fine aprile. Ma per ora non è possibile fare previsioni” sulla data del ritorno alla normalità, dice all’agenzia AFP Micaela Le Divelec Lemmi, CEO di Salvatore Ferragamo.
 
“Sia perché nei siti produttivi dobbiamo rispettare le disposizioni speciali in materia di distanziamento sociale, sia perché buona parte della nostra rete di negozi è ancora chiusa”, sottolinea.

Prada precisa che circa il 65% degli impiegati nei suoi siti produttivi sta nuovamente lavorando. Questa ripresa “dovrebbe consentire alle collezioni autunno-inverno di arrivare nei negozi tra la fine di luglio e l'inizio di agosto, con un mese di ritardo rispetto al normale”, indicava di recente il leader del gruppo, Patrizio Bertelli, al quotidiano La Repubblica.
 
Riconoscendo che sarà un’annata difficile per Prada e i grandi del settore, Bertelli sosteneva che “chi soffrirà di più saranno i piccoli artigiani”. I giganti del lusso si trovano “di fronte a un dilemma: far scomparire alcuni dei loro fornitori o invece investire” in queste piccole strutture per salvarle, stima lo studio Bernstein.
 
Per Luca Solca, analista del Lusso per Bernstein, “è probabile che ci sarà una maggiore integrazione (di questi attori) a monte. I grandi gruppi non possono lasciar fallire i loro fornitori”, soprattutto in Italia, dove esiste una moltitudine di piccoli subfornitori.
 
“Esistono contributi pubblici, ma i grandi gruppi dovranno aiutare il settore a mettere in sicurezza i know-how, sotto forma di aiuti economici o di anticipi sugli ordini successivi, ad esempio”, propone Arnaud Cadart, gestore di portafogli presso Flornoy & Associés. Poi, “la pelletteria non aveva troppe scorte. Invece, nella moda e nelle collezioni di vestiti estivi ci sono rimanenze enormi”, commenta.
 
Anche il Francia la filiera del cuoio è ripartita, “ma non molto sta nascendo, perché la domanda è calata di tanto: l'Asia rappresenta il 46% delle esportazioni francesi di articoli in pelle e il mercato è molto disturbato”, riassume Franck Boehly, presidente del Conseil National du Cuir (CNC), in un settore che riunisce 9.000 aziende, dall'allevamento di animali alla distribuzione.
 
Mentre la pelletteria “dovrebbe assorbire lo choc, ci sono molte più preoccupazioni per la calzatura e i suoi 5.000 lavoratori, segmento che esporta solo il 30% della produzione, i cui sbocchi sono essenzialmente i dettaglianti francesi, ma i negozi sono chiusi da due mesi e hanno in magazzino tutte le scorte”, dice.
 
A livello globale, il mercato del lusso dovrebbe contrarsi dal 20% al 35% nel 2020, secondo Bain and Co. Nel primo trimestre, Kering e LVMH hanno visto scendere le vendite del 15%, Ferragamo del 30,1%, Tod's del 29,4%.
 
A breve termine, la difficoltà sarà soprattutto anticipare le nuove forme di consumo post-contenimento. “In Asia c'è un vero desiderio di consumare, la popolazione è giovane e la crescita cinese dovrebbe ricominciare con abbastanza forza. Anche gli Stati Uniti sono ben posizionati per uscire dalla crisi, ma l'Europa di meno”, osserva Arnaud Cadart.

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