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21 nov 2010
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Il lusso: come vivere di esso e far vivere la sua eredità culturale?

Pubblicato il
21 nov 2010

20 nov 2010 – Nell'ultimo summit sul lusso dell'International Herald Tribune, svoltosi a Londra a metà novembre, la tematica affrontata è stata l'eredità culturale lasciata dal lusso. Un argomento così vasto da consentire tantissimi angoli d'approccio e altrettante interpretazioni. Sono state comunque due le questioni principali che hanno segnato le due giornate di riflessione: l’antichità della fondazione contribuisce di per sé a definire una griffe di lusso, rendendo de facto difficile l’emergere alla ribalta di nuovi marchi? Come far rivivere il passato?

"Il lusso nel mondo sembra essere costruito sul passato. Ho perso il conto del numero di anniversari, coi 100 anni di Zegna, i 90 di Gucci, i 40 di Cavalli, i 25 di Tommy Hilfiger, i 160 di Lane Crawford… Ma rimane la questione di fondo di sapere come rivitalizzare i valori del passato", ha commentato Suzy Menkes, Fashion Editor dell'International Herald Tribune e presentatrice dell'avvenimento.

Conférence International Herald Tribune
Alber Elbaz e Suzy Menkes mentre discutono a Londra

L'eredità, secondo lei, si definisce considerando numerose sfaccettature, fra le quali la storia della famiglia fondatrice, il know-how originale e la parte astratta che è l'anima della griffe. "Avere una lunga storia non significa che esista un'identità di maison", ha insistito da parte sua Paul Smith. "Una casa di moda non esiste se non è viva", commenta Karl Lagerfeld, che lavora per Chanel, Fendi e la griffe a suo nome. Secondo lui, alla fine degli anni '50, non c'erano che due alternative, Balenciaga e Chanel. Ma Chanel ha fatto l'errore di non voler prendere la strada fashion della minigonna e del denim.

La questione che pone all'attenzione dei suoi colleghi è il modo di mantenere vivo un nome attingendo anche ad elementi del passato. Christopher Bailey ricorda allora che in Burberry ogni generazione ha influenzato la griffe e il suo divenire. Il giovane designer ricorda la sua sorpresa di fronte alla diversità dei modelli scoperti negli archivi. Il gioco è di conservare i valori del brand, ma anche di traslarli nella visione di questo mondo moderno e digitalizzato. Da qui il lancio del progetto “Bespoke”, col quale Burberry permette agli utenti di internet di personalizzare il suo celebre trench. " il mio lavoro è di comprendere il passato e vestire le donne", dice Alber Elbaz di Lanvin. Lo stilista si preoccupa che gli archivi, utilizzati come si trattasse di formulari, possano bloccare la creatività.

Conférence International Herald Tribune
Paul Smith in gran forma

"Jil Sander, Missoni, Versace, Chanel … hanno creato delle storie. Noi, noi siamo degli esseri umani. La questione, quando gli stilisti lasciano la maison, è di sapere: che cosa ne rimane?", si chiede Ralph Toledano, ex PDG di Chloé. "Talvolta, dei designer si compiacciono della debolezza di un DNA affermando immediatamente di sentirsi liberi. Ma sul lungo termine è un fatto inquietante per la casa di moda". "Abbiamo degli approcci differenti, ma dei gusti simili, perché ci siamo ingranditi, abbiamo vissuto negli stessi luoghi. Gli stilisti esterni non possiedono queste connessioni, questi legami", conclude Margherita Missoni.

Di Bruno Joly (Versione italiana di Gianluca Bolelli)

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