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Pubblicato il
4 ott 2009
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Il drappeggio regna in passerella a Parigi

Di
Ansa
Pubblicato il
4 ott 2009

PARIGI, 2 OTT- La parola d'ordine della moda parigina, al terzo giorno di sfilate, e "drappeggiarsi", dovunque e comunque. Qualsiasi sia lo stile, etno-chic o punk, languidamente retro o clamorosamente sensuale, c'é una sorta di strategia femminile comune sulle passerelle parigine, da Miyake a Westwood, da Vionnet a Lanvin.


Lanvin Sfilate P/E 2010

Il segreto è drappeggiarsi, panneggiarsi, pannellarsi, insomma acconciare sul corpo, preferibilmente con l'aiuto di un famoso stilista, pezze di tessuto più o meno orlate, annodate, fermate. Dai Fujiwara per Issey Miyake, ad esempio, ha assemblato quadrati tessili con diversi effetti, comunque molto etnici.

News Mix si chiama la collezione e non allude alla quotidiana miscellanea di notizie, ma al North, East, West e South, ovvero all'intero mondo, in una mescolanza di tradizioni tra loro lontane, dai jacquard vagamente celtici e assai bianchi ai motivi tuareg piu che colorati, dalle maglie rosse e blu di sapore americano ai tessuti made in Japan tinti a mano con colpi di spazzole. Il segreto e comunque il drappeggio, il combinato disposto dei melange.


Lanvin Sfilate P/E 2010

E se Vionnet, nell'odierno quasi-esordio (un ritorno in scena della blasonata griffe dopo 70 anni) si piazza in pieno filone parigino puntando tutto sul panneggio di due foulard uniti dalla sapiente mano del designer (Rodolfo Paglialunga) ma soprattutto dal gesto definitivo di chi lo indossa, anche Vivienne Westwood ha giocato di pannello e drappeggio.

La sua collezione e il solito manifesto ecologista (l'ex musa iconoclasta dei Sex Pistols - ironia della sorte - ormai e quasi monarchica, se si tiene conto della sua passione per le battaglie del principe Carlo sulla riforestazione del globo) con tanto di appello anti-consumista rivolto alle donne: non comprate - dice Vivienne - ma fatevi i vestiti da sole, combinandovi addosso i vecchi abiti della mamma, sia che fosse una hippy sia che indossasse borghesemente Saint Laurent.


Vivienne Westwood P/E 2010

Il tutto per preservare le sorti del pianeta (ma non dell'azienda che deve vendere vestiti!). A parte la divertente parade che ne consegue, un po' baraccona e piena di slogan, con strappi, tagli e calze tatuate, come sempre la Westwood, malgrado lei stessa si potrebbe dire, tira fuori dei capi mirabolanti. Basterebbe citare un abito tagliato e neppure orlato nel raso champagne, sistemato addosso con lievi torchon e con un effetto finale da red carpet.

O un vestitino nero trattenuto da un bottone e un altro lungo, total black, fermato in vita da un nastro che lascia nudi i fianchi. Infine Lanvin, dulcis in fundo, con il magico Alber Elbaz, amatissimo dalle francesi come prima di lui solo Yves Saint Laurent (di cui fu peraltro braccio destro e delfino, cacciato via da Tom Ford quando Ysl divento di Gucci). Tanto tanto francese la collezione, forse perfino un po' troppo charmante, cosi indubitabilmente aggraziata.

Alla fine, e perfino un po' antipatica questa parigina senza un solo difetto: colori perfetti dal nero all'albicocca passando per grigio e nocciola, tessuti liquidi ed effetto languido. Prima parte strutturata su macro-ruches che formano l'architettura a corolla del vestito, poi una serie di abiti tuxedo con spalle trasparenti e infine, il cuore magico della collezione, una miriade di vestiti-peplo con drappeggio drammatico, esagerato, una plissettatura sciolta e naturale, abbondante e liquida, fermata sulla spalla, pinzata su un punto del corpo mai scontato ma in grado di definirlo in modo assai femminile, annodata o lasciata libera di ondeggiare. Applausi naturalmente.

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