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Il diritto di reso divide Confindustria Moda e Federmoda

Pubblicato il
7 mag 2020
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2 minuti
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Il lockdown per i negozi potrebbe terminare prima del 18 maggio, dopo l’apertura del governo alla possibilità di una ripartenza anticipata. Ma i nodi su come affrontare la ‘fase 2’ e organizzare il rilancio del comparto sono ancora molti e dividono le associazioni di categoria.

Foto: CityLife


Il pomo della discordia è il diritto di reso che ha acceso il dibattito tra Confindustria Moda e Federazione Moda Italia-Confcommercio che, insieme, aggregano l’intera filiera della moda italiana, delle aziende a monte agli esercizi commerciali.
 
Dopo due mesi di chiusura forzata, Federmoda aveva sollecitato l'associazione presieduta da Claudio Marenzi “a un'assunzione di responsabilità per condividere con il retail il rischio derivante dalla perdita di un'intera stagione, attraverso il diritto di reso”.

Per risolvere il problema della merce invenduta, acquistata dai negozi 8 mesi fa e ancora imballata nei magazzini, il presidente di Federmoda, Renato Borghi, ha abbozzato a FashionNetwork.com una proposta d'intervento: “per esempio”, spiega, “concedendo ai produttori che applichino volontariamente sconti ai clienti di usufruire di un equivalente credito d’imposta sul valore dei propri magazzini”.

Il numero uno di Federmoda ha precisato di aver spinto sul problema dell’invenduto solo dopo “un silenzio di oltre 70 giorni dall’invio di una lettera” a Confindustria Moda dove invitava l’associazione a ragionare su soluzioni comuni per fronteggiare la crisi.
 
“Abbiamo scritto a Marenzi per aprire un dialogo generico senza alcuna specifica richiesta”, aggiunge Borghi, “per un esame congiunto della situazione che attraversa il settore e non abbiamo ricevuto neppure un normale cenno di ricezione”.

Ma il confronto tra le due associazioni sembra essere giunto a un punto morto dopo la dura replica di Confindustria Moda che rompe il silenzio, spiegando di non poter “dialogare e concludere accordi su ambiti che per loro natura riguardano esclusivamente le libere scelte di ciascuna impresa associata”.
 
L’istituzione guidata da Claudio Marenzi ha inoltre negato “in maniera categorica l’esistenza di dialoghi e accordi con Federazione Moda Italia”, criticando l’uso reiterato di “comportamenti irrituali da parte dei vertici” di Federmoda.

“Se la richiesta di una generica interlocuzione per fare un punto sulla situazione che stiamo attraversando è considerata un comportamento irrituale”, ribatte Borghi, “significa che interpretiamo diversamente il termine ‘irrituale’, oltre ad arrenderci all’evidenza che a Confindustria Moda non interessi di quello che succede a valle della filiera”.

Intanto, il lockdown prolungato rischia di mettere in ginocchio l'intero retail moda, costringendo alla chiusura oltre 17 mila punta vendita della Penisola, con una perdita occupazionale di 35mila persone e 15 miliardi di euro di fatturato.

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