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Gianluca Bolelli
Pubblicato il
20 nov 2018
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I produttori di diamanti all’attacco contro le pietre di sintesi

Di
AFP
Versione italiana di
Gianluca Bolelli
Pubblicato il
20 nov 2018

Gli otto maggiori produttori di diamanti del mondo investiranno circa 60 milioni di euro nel 2019 per promuovere il carattere “unico” e “reale” del diamante, mentre le pietre sintetiche stanno iniziando a farsi strada nelle gioiellerie.

AFP


Nel 2015, questi gruppi minerari (De Beers, Alrosa, Rio Tinto), che rappresentano il 75% della produzione mondiale, hanno lanciato la loro associazione, DPA, per promuovere il carattere “autentico” del diamante naturale.
 
“Vogliamo mettere in evidenza la naturalezza del diamante, ma anche deritualizzarlo, soprattutto fra i giovani, che l’associano più alla vita dei loro genitori, al matrimonio o al fidanzamento”, ha riassunto martedì Jean-Marc Lieberherr, presidente dell’associazione, in un punto con la stampa a Parigi.

Questi ha indicato che nel 2018 erano stati dedicati 60 milioni di euro a una serie di campagne di pubblicità ed informazione, e che la stessa cifra sarà riservata a queste iniziative nel 2019 da parte dell’associazione.
 
Gli otto grandi produttori temono “una carenza d’immagine e di rilevanza” da parte del diamante “soprattutto fra i millennials”, tanto più che “dietro è arrivato il diamante sintetico, per cui è necessario differenziare il nostro prodotto”, riassume Jean-Marc Lieberherr.
 
I diamanti artificiali “hanno le medesime caratteristiche fisiche e chimiche di un diamante naturale. Sono utilizzati nell’industria dagli anni ’50, ma è da soli cinque anni che sono usati nel settore della gioielleria. Ad occhio nudo, se la pietra è di buona qualità, non si distinguono”, sottolinea.
 
La produzione di diamanti di sintesi è stimata dai 3 ai 4 milioni di carati, contro i 150 milioni di carati per i diamanti naturali.
 
Ci vogliono alcune settimane per produrre una pietra artificiale, mentre un diamante ha una “età” compresa tra uno e tre miliardi di anni. In termini di prezzi, i sintetici sono venduti a 800 dollari il carato, contro i circa 7.000 dollari necessari per un diamante naturale, secondo la DPA.
 
L’associazione rivendica anche “un impatto sull’ambiente molto controllato” sui propri siti d’estrazione e sottolinea che “la superficie totale utilizzata per le nostre miniere corrisponde al 40% della superficie dell’isola di Manhattan, e nessun prodotto chimico vi è utilizzato”.
 
Per Jean-Marc Lieberherr, “le rivendicazioni ecologiche dell’industria del diamante di sintesi “non sono giustificate: per un diamante naturale, l’emissione è di 200 chili di CO2 per un carato, mentre su alcuni tipi di diamanti sintetici si è attorno ai 280 chilogrammi di CO2”, afferma.
 
Il diamante di sintesi potrebbe però approfittare del calo della produzione di pietre naturali che si va profilando: due terzi dei diamanti oggi estratti provengono da miniere in attività da oltre 30 anni, e “nessuna miniera significativa è stata scoperta negli ultimi 20 anni”.

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